Il concetto di difesa: dalla psicoanalisi freudiana ad una ipotesi sistemica: ovvero una Freudiana (critica) tra i Junghiani

Il concetto di difesa è centrale nella psicoanalisi freudiana. Ma è un concetto che da diverso tempo ha cominciato ad apparire problematico, da quando cioè, negli ultimi decenni del secolo scorso, l’intero impianto teorico freudiano ha iniziato a presentare delle incongruenze interne.  Il primo ad iniziare questa operazione è stato Rapaport che al “Mental Health Research Center” di New York alla fine degli anni ‘60, con la collaborazione di Holt, Rubinstein, Gill, G. Klein, si fece carico dell’oneroso compito di sottoporre ad una indagine critica la teoria freudiana, con lo scopo di sistematizzarla e renderla più adeguata ad una valutazione epistemica. In realtà, così facendo, ottenne l’opposto di quanto si proponeva di fare, mettendo in luce le aporie della costruzione teorica e le incongruenze con la clinica. Da quel momento non è mancato il materiale per una riflessione critica sulla teoria freudiana e per una revisione del modello che ne superasse le aporie. In realtà questa strada non è stata seguita e ci si è limitati a mettere da parte il problema, autorevolmente decretando la “morte della metapsicologia”. E così si è data per scontata anche la morte della teoria. L’interesse si è, quindi, spostato sulla clinica, alla ricerca, neppure sistematica, di modalità che permettessero l’aggiramento dei problemi clinici derivati dalle incongruenze teoriche.

Quindi, tornando al concetto di difesa: difesa da che? Chi si difende? In che cosa consiste l’operazione difensiva? Il Laplanche Pontalis (1967), breviario della psicoanalisi freudiana, ci dice:

[La difesa] è un complesso di operazioni la cui finalità è ridurre e sopprimere ogni modificazione che possa mettere in pericolo l’integrità e la costanza dell’individuo biopsicologico.

Commenterò per gradi questa definizione.

Innanzi tutto voglio sottolineare l’interesse, che viene qui rilevato, per “l’individuo”, un interesse che oggi non possiamo che valutare positivamente, anche se sappiamo che è stato da Freud espresso secondo le categorie positivistiche del tempo. L’individuo singolo, cui oggi ci riferiamo come soggetto, non era ancora comparso come valore nella storia dell’evoluzione umana. Il Romanticismo aveva “scoperto” il sentimento individuale, ma il singolo traeva la sua identità dal far parte di una nazione, di una tradizione, di una lingua, non tanto da convinzioni e scelte individuali. L’idealismo e il marxismo avevano reagito alla soluzione kantiana che, vanificando la concretezza del reale, proponeva un vivere “come se” l’individuo fosse un assoluto, ma lo avevano dissolto in una visione – che in entrambi i casi definirei idealizzante – in cui la persona singola si dissolveva.

Si può quindi capire l’interesse, avvertito con urgenza nella seconda metà dell’Ottocento, in un gioco di corsi e ricorsi storici, a dare un posto di primo piano all’individuo concreto. Il movimento che fa sua ed esprime questa esigenza, se pur con uno sguardo estremamente concreto, è il Positivismo. Del resto anche le vicende storiche europee spingevano a volare basso: la fine, di fondo ingloriosa, delle rivendicazioni nazionali, in cui molto era cambiato perché niente cambiasse; la seconda rivoluzione industriale che si annunciava con il suo carico di insostenibile miseria per molti; la progressiva perdita di potere di prospettive religiose salvifiche; tutto spingeva in quel particolare momento storico a riporre nella scienza le proprie certezze, rendendola una sorta di rifugio sicuro contro un mondo che si sgretolava.

Di qui la necessità di fondare la visione dell’uomo su una solida base scientifica, quello della biologia e della psicologia, ma la psicologia di Helmhotz e Wundt, ancorata alle stesse solide basi sperimentali della fisiologia.

Freud, però, pur rimanendo per tutta la vita tenacemente fedele ad una visione “scientifica” della realtà, è mosso dall’intuizione geniale che i giochi si svolgono all’interno dell’individuo; e sono giochi di cui il singolo non ha la padronanza. La coscienza e la ragione hanno perso per la prima volta il loro primato: viviamo in un mondo che non possediamo, ma ci possiede; siamo spinti da forze di cui non siamo coscienti.

E’ l’inizio dei tempi moderni, del dubbio, dell’incertezza, della fragilità dello spirito umano. L’ultimo ‘800 affermava la possibilità di guidare sé stessi e il mondo attraverso la conoscenza e il controllo razionale degli eventi. Freud, contro questa orgogliosa affermazione, suggerisce che la pretesa di controllo è in realtà un’illusione: ciò che pensiamo sfugge al nostro controllo e le ragioni profonde dei nostri comportamenti possono essere l’opposto dei nostri pensieri coscienti.  Come afferma Giovanni Jervis (1984), la concettualizzazione freudiana ha segnato lo spostamento dall’antropocentrismo rinascimentale, secondo il quale l’individuo era visto come “copula mundi”, ad una visione più relativistica ed umile dell’essere umano.

Ma c’è un altro aspetto che rende Freud ancora più vicino ai nostri tempi. L’intuizione, per quanto confusamente avvertita e continuamente negata, che autore dell’inganno è un soggetto che in qualche modo decide che cosa far entrare nella coscienza e che cosa tenerne fuori. 1).

Nella Comunicazione preliminare Freud avanza l’ipotesi che il non superamento del trauma psichico possa dipendere anche dal fatto che “il malato voleva dimenticare, e che perciò intenzionalmente rimuoveva dal suo pensiero cosciente, inibendole e reprimendole… [le cose penose]” (Breuer e Freud, 1893-95, p. 181), (corsivo mio). Spinto da questa intuizione di “intenzionalità” che presuppone un soggetto che per qualche motivo inibisce il suo percepire e il suo sentire, Freud prende le distanze dal pensiero condiviso del tempo: l’“innatismo” di Pierre Janet, accettato anche del suo maestro Breuer.

Oggi che il concetto di rimozione ha rivelato la sua fragilità nel rendere ragione delle patologie più gravi e la neurofisiologia ci ha fornito una visione più articolata delle funzioni mentali, il pensiero di Janet può essere valutato differentemente. Invece, alla fine dell’800, allontanarsi da Janet significava rigettare l’ipotesi che la base dei disturbi psichici, quali la scissione della coscienza, si fondasse su “una deficienza costituzionale della capacità di sintetizzare gli elementi della vita psichica” (Freud, 1894, p. 122), in favore della ricerca di cause intrapsichiche, quindi individuali.

Per Freud la scissione del contenuto di coscienza “è conseguenza di un atto di volontà del malato, cioè essa è indotta da uno sforzo di volontà la cui motivazione è comunque individuabile” (Freud, 1894, p. 122). 2).

Sembra, quindi, in questi primi anni (1893-96), che la difesa che tiene fuori dalla coscienza la rappresentazione percepita come inconciliabile (unfertraeglich) sia opera dell’Io, inteso come l’insieme della personalità (Laplanche, Pontalis, 1967, voce “Io”), vale a dire come un soggetto. 3)

Infatti chi potrebbe esprimere un giudizio di “inconciliabilità” se non un soggetto che percepisce sé stesso come un insieme di rappresentazioni, convinzioni, idee in qualche modo proprie e stabili? Possiamo dedurre che le rappresentazioni che il soggetto percepisce come dissonanti dalla percezione di sé non possono essere accolte tranquillamente, perché accoglierle significherebbe cambiare l’immagine di sé o, con un termine attuale, la propria identità. Questa operazione comporterebbe penosi conflitti interiori, quindi quelle rappresentazioni vengono “volontariamente” allontanate. Di qui la difesa, che prende in seguito il nome di rimozione, con cui l’Io allontana dalla percezione/coscienza ciò che sarebbe troppo doloroso accogliere. Si tratta, quindi, di un Io, organizzazione di rappresentazioni dominanti, considerato come sistema di significati personali, in grado di attribuire significati a sé, all’altro da sé (l’oggetto) e alla relazione tra i due e di esprimere su di essi giudizi di accettabilità. 4)

Ma Freud non segue questa strada. Con una virata improvvisa e radicale nel VII capitolo dell’Interpretazione dei sogni (1899), cancella qualsiasi riferimento ad un soggetto detentore di significati, quindi in grado di riformularli e cambiarli, e, fedele ai dettami positivistici, rimpiazza l’Io con un apparato psichico dipendente dalle leggi economiche dell’energia. Entrare nel mondo incerto e mutevole dei significati e delle scelte, nel mondo del soggetto umano, avrebbe significato addentarsi nell’ambito di valori scarsamente quantificabili e valutabili, alla ricerca di spiegazioni teleologiche o etiche, in tutti i casi ritenute poco scientifiche. Nell’apparato non c’è posto per un Io/coscienza, espressione della soggettività dell’individuo, e Freud (1899, p. 560) si risolve a definire ora la “coscienza” come “organo di senso di qualità psichiche”, semplice registratore di percezioni. L’Io è sostituito dalla censura, un meccanismo topico-economico, che ha funzione di barriera per preservare intatto il “luogo” della coscienza percettiva da infiltrazioni sgradite provenienti da altri “luoghi”: l’Inconscio/Preconscio. La censura funziona da controinvestimento per le spinte pulsionali che dall’Inconscio premono verso il Preconscio (dal momento che è proprio della pulsione scaricarsi sull’oggetto) o li deforma quando riescono ad emergere nell’attività onirica.

Quindi, nella seconda teorizzazione freudiana (1900), la difesa per eccellenza, la rimozione, interviene per mantenere l’integrità dell’individuo biopsicologico, laddove l’intensità dell’eccitazione interna, o desiderio (pulsionale), la metterebbe in pericolo divenendo spiacevole per l’Io, trasformato in apparato psichico. 5)

L’intuizione iniziale di un Soggetto agente, guidato da valori e convinzioni propri, è sostituita

da un controinvestimento energetico a carattere topico, una forza pulsionale, un’astrazione in cui il Soggetto si dissolve. Tutto questo per fedeltà al voler “fare scienza”, seguendo lo spirito del tempo ed evitando tutto ciò che possa avere il carattere fumoso di evasioni spiritualistiche o anche semplicemente morali. Da questa stessa fedeltà deriverà poi il contrasto con Jung.

Di qui si possono trarre alcune evidenti considerazioni:

1)      La pulsione è espressione del biologico. Anche se Freud distingue Trieb da Instinkt, riservando il termine a designare una caratteristica propria solo dell’organismo umano e non animale, il termine Trieb (dal ted. treiben = spingere) rimane legato al biologico così come l’apparato psichico rimane solo un apparato meccanico. 6)

2)      Le pulsioni biologiche sono costitutive dell’essere umano e sono considerate come indispensabili alla sopravvivenza dell’individuo (la fame) e della specie (la sessualità). Tuttavia, acquisiscono, secondo me, l’innegabile paradossale carattere di un nemico interno: se portate all’estremo conducono alla distruzione dell’individuo e dell’intera specie.  Di qui l’assoluta necessità della difesa di tenerle sotto controllo. E’ come se costituzionalmente fossimo “fatti male”.

3)      Ciò che costituisce un pericolo è il cambiamento. Considerato da un punto di vista strettamente bio-fisiologico, ogni cambiamento ha come meta ultima la morte. Proprio questo Freud arriverà a dire teorizzando l’istinto di morte (1920) 7), sotto la spinta degli eventi catastrofici legati alla Grande Guerra e dei gravi lutti che aveva subito in quel periodo. L’ideale è mantenere l’omeostasi, l’immobilità del corpo e dei sentimenti, evitando qualsiasi turbamento.

Anche qui, però, scavando nel testo freudiano, si potrebbero fare considerazioni diverse. Tuttavia, rimangono solo intuite, non incidendo in realtà sulla teoria. In Al di là del principio di piacere (1920), Freud ci dice:

Nel corso dello sviluppo accade continuamente che singole pulsioni o componenti pulsionali si rivelino incompatibili nelle loro mete o nelle loro pretese con le rimanenti pulsioni che sono in grado di costituire la grande unità dell’Io. Esse vengono allora separate da queste unità mediante il processo della rimozione, trattenute a livelli inferiori dello sviluppo psichico, e, sulle prime, private della possibilità di soddisfacimento. Se in seguito riescono, per vie traverse, a ottenere un soddisfacimento diretto o sostitutivo, come accade assai spesso nel caso delle pulsioni sessuali rimosse, questo successo, che altrimenti sarebbe stato un’occasione di piacere, viene invece avvertito dall’Io come dispiacere. (Freud, vol. IX, p. 196).

Sono facilmente intuibili le considerazioni che si potrebbero fare su questo passo. Innanzi tutto, esiste una gerarchia di pulsioni più o meno compatibili con l’Io, che le unifica.  “Compatibili” con che cosa? Con la semplice sopravvivenza biologica dell’Io? Sembra un po’ poco. E’ facile pensare ad un’istanza che formula un giudizio di valore, di congruenza o meno con qualcos’altro già esistente.

“Vengono trattenute a livelli inferiori dello sviluppo psichico”.  Allora esistono diversi livelli, che per Fred sono espressione del processo primario e secondario. Ma oggi, grazie alle acquisizioni dell’infant research e delle neuroscienze ci si può spingere molto più avanti definendo un organismo unitario che si esprime complessificandosi, senza correre il rischio di una reificazione metafisica.

Mi sono soffermata sulla prima topica, nelle sue due formulazioni teoriche, così diverse l’una dall’altra, perché fin da ora i giochi sono già tutti fatti.

Nella seconda topica (1922,1923), Freud, avendo introdotto la nozione delle tre istanze Es, Io e Super-Io, concepisce l’Es come un calderone ribollente di pulsioni che premono per la scarica, trovando come ostacolo il Super-Io che vi si oppone. Il Soggetto svanisce o diviene un impotente spettatore di ciò che accade al suo esterno. Ugualmente non esiste l’oggetto, dal momento che la pulsione tende per sua natura alla scarica; deve quindi scaricarsi per allentare la tensione, indipendentemente dall’oggetto, meta della scarica stessa.

E questo anche se l’Io della seconda topica sembra più un residuo del Gesamt-Ich del primo Freud che l’Io-agenzia o sistema della seconda topica (Magnani, 1981, pp. 38-40). O se la nota frase: «Dove era l’Es, deve subentrare l’Io» (Freud, 1932, p. 190) può far pensare ad una forma di libertà e di autonomia dal biologico che l’Io può raggiungere.

Oggi, a un secolo di distanza, sembra impossibile non pensare che il comportamento e le scelte individuali non dipendano dai significati che l’individuo/Soggetto ha costruito dentro di sé.

Grazie all’apporto delle acquisizioni dell’infant research e delle Teorie Sistemiche, oggi è possibile ipotizzare un Soggetto caratterizzato da unitarietà, dai rapporti tra le sue parti e dai rapporti tra l’unità e il suo contesto, sfuggendo da una parte il rischio di perdere di vista l’insieme in quanto tale ed evitando, dall’altra, di assolutizzare una parte o parcellizzare l’insieme smarrendo le caratteristiche basilari del soggetto. Secondo Sander  (2002, p. 2), che fa riferimento alle Teorie dei sistemi non lineari, pensare a un soggetto come un sistema significa pensare a “un insieme di elementi uniti da un certo tipo di regolare interazione e di interdipendenza o a un gruppo di unità diverse rapportate tra loro in modo tale da costituire un’unità integrale”; significa pensare ad un “processo continuo e sovraordinato che organizza input e output e che, in continua interazione tra organismo e ambiente, persegue la continuità, piuttosto che pensare alla continuità della vita come una realtà dotata a priori di stabilità”. E’ questa una prospettiva profondamente dialettica e relazionale – che si può anche definire intersoggettiva (Montefoschi, 2006; Cozzaglio, 2014) –  che permette di cogliere le varie componenti e funzioni del sistema nella loro interazione e interdipendenza. L’ottica pulsionale è stata abbandonata come parziale e non in sé significativa o, forse, potremmo dire che il biologico è stato sussunto nella più ampia prospettiva di significati entro cui si muove il Soggetto.

Sulla base dei dati dell’infant research, sviluppati da D. Stern e il Boston Group, da Beebe e Lachman, ma anche dalla teoria del codice multiplo di Wilma Bucci, possiamo pensare ad una fase preriflessiva dello sviluppo del Soggetto, in cui esiste soltanto una forma di “coscienza diretta”, fondata esclusivamente su percezioni e sentimenti. In questa fase l’esperienza è strutturata in quanto tale, sulla base di significati percepiti come obiettivi, non ancorati a riflessività. In questo modo si strutturano quei pattern di interazione caratterizzati da accomodamento-assimilazione studiati da Piaget.

La comparsa del linguaggio, del gioco simbolico e del riconoscimento della propria immagine allo specchio segnano la nascita della “coscienza riflessiva”, propria della specie umana. La coscienza riflessiva, specie-specifica per l’essere umano, comporta l’attribuzione di significati soggettivi, legati a, o meglio, derivati da sentimenti soggettivi. E’ sapere di sapere (Damasio, 1999; Edelman, 2000). Un sistema di significati che si strutturano e vengono percepiti come propri, costituenti la propria identità.

Credo che oggi non esista nessuno che non sia d’accordo nell’affermare che l’essere umano nasca nell’interazione, tutt’al più può essere discusso il peso da dare a questa dimensione fin dall’inizio intersoggettiva.  Con la nascita della coscienza riflessiva l’interazione acquisisce un significato personale che diventa identitario, come configurazione riflessiva di sé.  8)

Sperimentandosi nelle varie interazioni, i significati che entrano in conflitto con l’identità strutturata, non appena vengono intravisti, possono essere rifiutati perché potrebbero confliggere con una nuova configurazione di sé.

La rimozione, come difesa, può essere in questo modo definita come un’azione in cui quegli aspetti dell’interazione, che possono scardinare o far vacillare la propria identità strutturata, non vengono significati. Come dice J. Laplanche (1993), il bambino non riesce a decodificare “l’enigma” proposto dalle figure genitoriali, quindi dà un significato parziale alle esperienze relazionali primarie oppure non le percepisce affatto, conservandone, però, il sentimento. La difesa allora, diversamente dalla visione classica, non si appunta contro vissuti traumatici, ma contro la mancanza o la carenza di significati attribuiti ad eventi reali. Il campo dell’interazione è costituito dall’obiettivo messaggio da decodificare e dalla capacità soggettiva di attribuirgli un significato funzionale. Questo significa che il Soggetto si difende dall’Oggetto (l’altro) fin tanto che gli appare come un diverso che suscita in lui sentimenti spiacevoli. Nel pensiero di Paolo Cozzaglio (2014): fin tanto che il Soggetto rimane in una situazione di dipendenza dall’altro cui delega il suo esserci. 9)

Tornando al Soggetto che sviluppa la sua attitudine riflessiva, i significati che vengono costruiti su sé stessi e sugli altri si strutturano in una immagine identitaria di sé, che possiamo pensare consapevole nei contenuti, ma inconscia nelle sue radici e soprattutto nella sua funzione. Una funzione che può essere riconosciuta nel preservare un’immagine di sé sentita come positiva, mantenerla intatta, anche quando non è funzionale al proprio benessere.  In tutti i casi l’immagine identitaria che abbiamo di noi dovrebbe essere stabile ma fluida, pronta a integrare gli stimoli che provengono dall’esterno e dall’interno del nostro mondo senza che il Soggetto si perda. L’irrigidimento sulla propria percezione identitaria dà origine a patologia e si esprime nei tratti di personalità elencati nei manuali.

A questo livello, il conflitto, che porta alla necessità di difendersi, può esprimersi come il contrasto tra l’immagine strutturata di sé e qualsiasi nuovo modo di essere e percepirsi nel rapporto con gli altri e con sé stessi. Con questa prospettiva, quindi, ci stiamo riferendo a un sistema individuo (Sander, 2002; Tronick, 1998) come ad una realtà psicofisica perennemente in divenire tra conservazione e cambiamento. Questo introduce l’idea di conflitto intersistemico, in un’ottica molto diversa da quella pulsionale: il sistema cerca di stabilire il miglior livello possibile di auto ed eco-regolazione in quel momento dato, alla ricerca di una conservazione di sé che coincide con il benessere (Morin, 1994; Le Moigne, 2007).  La “difesa” diviene l’opposizione opposta dal sistema a qualsiasi cambiamento, quando il cambiamento viene percepito come perdita di sé. In altre parole, il sistema tende a mantenere il livello di coerenza acquisita come unica modalità di essere, di pensare, di entrare in relazione.  Infatti, percepire il conflitto tra mantenimento della struttura individuale e novità che il mondo ci offre comporta sempre sperimentare, ovviamente in misure diverse, uno stato di non coesione certamente non piacevole. Questa percezione può avere come esito un cambiamento, nelle evenienze positive, o l’irrigidimento su modalità di percezioni, vissuti e comportamenti noti, nelle esperienze destabilizzanti.

Alle stesse conclusione si perviene prendendo in considerazione gli esperimenti della Psicologia evolutiva (Beebe B., Lachmann F., Jaffe J., 1997).

Queste procedure sperimentali hanno da tempo mostrato che il bambino, anche di pochi mesi, ha rappresentazioni psichiche che anticipano le procedure di interazione con gli oggetti e determinano il comportamento. Gli esperimenti sulla “still face” e sugli stili di attaccamento ci hanno dimostrato che nell’essere umano il sistema di attaccamento è sempre attivo, anche inconsciamente, nel monitorare le figure dei caregiver in rapporto alle aspettative. Sullo scarto tra le aspettative e la realtà il bambino opera un aggiustamento che ha la funzione di garantire la sua sopravvivenza, attraverso la regolazione di stati di organizzazione interna sotto lo stimolo delle influenze esterne. La regolazione si basa sulla capacità di prevedere la direzione dell’interazione nel momento in cui il bambino la sta vivendo, in modo da mantenere una percezione di vitalità e di piacere nella relazione. Quando ciò, per motivi vari dai costituzionali agli ambientali, non avviene, il bambino si ritira dalla relazione. In questo senso la strutturazione individuale avviene attraverso l’interazione e non attraverso il bisogno.

All’interno del processo primario, il bambino non è attivato dalla madre, ma dalla sua stessa attività endogena primaria che va a coordinarsi con quella materna. Il sé del bambino è un sé capace di avviare l’azione, è un sé agente. Abbiamo a che fare con un neonato competente, da subito in relazione attiva con il proprio ambiente (Rodini, 2008).

Per riassumere, gli stili personali di attaccamento, che chiamiamo personalità, una volta strutturati, tendono inconsciamente a mantenere la stabilità psicofisica dell’individuo perché coincidono con il suo senso personale di esistere. Le esperienze relazionali primarie, inoltre, strutturano il bambino in pattern stabili che poi ripeterà da adulto, non tanto per padroneggiare il trauma vissuto, ma soprattutto perché “quello” è lo schema relazionale che ha appreso ed è diventato identitario.

Una volta che la difesa, intesa in senso classico, è scomparsa dalla teoria ed il Soggetto viene visto come un’organizzazione unitaria in continua interazione con l’altro, occasione di nuovi livelli di complessificazione o di una stasi patologica, il problema serio da affrontare è con evidenza: come può ciascun Soggetto “essere con” e contemporaneamente “distinto da”? Una teoria dell’essere umano deve, oggi più che mai, rendere conto dell’ineliminabile bisogno di essere sé stessi, individui sempre più distinti, e dell’altrettanto ineliminabile necessità di essere insieme, in uno scambio sempre più profondo anche se diversificato con gli altri.

A questo livello penso che la psicoanalisi di origine freudiana, che oggi si è frammentata in rivoli così numerosi che è anche difficile tenerne conto, non abbia gli strumenti per dare una risposta.

Da una parte manca la distinzione junghiana tra Io, come espressione storica dell’essere al mondo del Soggetto stesso, e Sé, come unità e totalità della personalità considerata nel suo insieme (Jung, 1968, p. 467), e quindi i due termini tendono ad essere sovrapposti e a confondersi, a scapito l’uno dell’altro; dall’altra, sotto la pressione del pragmatismo americano, e della paura di derive metafisiche, è scomparso l’inconscio, ridotto ad un semplice “non conosciuto” che passerà a coscienza con un naturale movimento evolutivo di maturazione cognitiva, quando ciò che ostacola la comprensione – i traumi non significati – saranno eliminati dal percorso. Di qui il successo, ovviamente apparente e foriero di disastri, delle terapie comportamentali, soprattutto per i disturbi gravi oggi in aumento.

Il pensiero di Jung non si conosce – e devo dire che conoscerlo realmente non è semplice – e viene percepito come una non accettabile incursione nel campo della metafisica, sia per il concetto di inconscio collettivo, in cui si teme che l’individualità si perda, sia, ancor di più, per il concetto di Sé che viene inteso come spersonalizzante – quando non lo si confonde con il self riflessivo dei relazionali nord-americani.

Si parla di Soggetto riflessivo, ma per riflessività si intende una capacità umana semplicemente concettuale o mentalizzazione (Fonagy, 2001). Si parla anche di Soggetto autoriflessivo, che riferisce a sé stesso i significati che formula in narrazioni sempre più significative Grotstein (2007), ma non si coglie, o almeno non si sviluppa, il processo dialettico per cui la propria soggettualità si sviluppa nell’accogliere l’altro senza perdersi. E soprattutto non si coglie – perché non va più di moda – il dolore e lo sforzo, che è insieme gioia – del processo di individuazione che avviene attraverso la relazione intersoggettiva con l’altro.

Per quel che mi riguarda, le parole di Jung, nel suo testo Tipi Psicologici, che riposa da decenni in uno scaffale alto della mia libreria, mi hanno sempre attirato e sottilmente inquietato. Le riporto qui:

In quanto concetto empirico denomino il Sé come il volume complessivo di tutti i fenomeni psichici nell’uomo. Esso rappresenta l’unità e la totalità della personalità considerata nel suo insieme. In quanto però quest’ultima, a causa della sua componente inconscia, può essere conscia solo in parte, il concetto del Sé è, propriamente parlando, potenzialmente empirico e quindi è, allo stesso titolo, un postulato. In altri termini, esso abbraccia ciò che è oggetto d’esperienza e ciò che non lo è, ossia ciò che ancora non è rientrato nell’ambito dell’esperienza.

Mi piace pensare che in tutti questi anni abbiano agito dentro di me, sostenendomi nella mia ostinata, ma appassionata, ricerca di riformulazione dei principi teorici in cui mi ero imbattuta.

Maria Luisa Tricoli


NOTE

  1. Soggetto non è termine che compare nella teorizzazione freudiana, dove invece si parla di Io non solo a partire dalla seconda topica (1922), ma fin dai primi scritti. Uso qui il termine “soggetto” per riferirmi alla persona nella sua interezza. A differenza dell’ottica psicoanalitica classica, per soggetto intendo una organizzazione connotata da attività auto-riflessiva, capace quindi di valutazione, di scelte, di trasformazioni di livelli di consapevolezza, in quella dimensione di auto eco-organizzazione cui le teorie sistemiche ci hanno abituato.
  2. Per una trattazione accurata dell’argomento cfr. P. Brizzolara:  La Difesa: dal Soggetto all’Apparato psichico, Ricerca Psicoanalitica, 1990, n. 1, pp. 39-48, cui in questo scritto faccio riferimento.
  3. Fin dal Compendio per una Psicologia scientifica (1895) Freud ipotizza una incompatibilità tra una rappresentazione e l’organizzazione complessiva delle rappresentazioni già esistenti, assimilabili all’Io.
  4. Come critica parziale a questa teorizzazione si può dire qui che rimane aperto il problema dell'”autoinganno”, vale a dire del modo in cui la parte inconscia dell’Io possa riconoscere l’esperienza pericolosa e nasconderla al resto della persona.
  5. Colpisce che persino nel 1922 in Due voci di enciclopedia Freud ribadisca ancora di essersi allontanato da Janet e da Breuer  “reputando che una rappresentazione diventi patogena se e quando il suo contenuto si oppone alle tendenze dominanti della vita psichica, sì da provocare la difesa dell’individuo (Freud, OSF, 1922, p. 144), (corsivo mio).
  6. Il termine Trieb compare il Freud nel 1905 ed indica il carattere irreprimibile della spinta avvertita dall’organismo, non la fissità della meta e dell’oggetto (Lanplanche, Pontalis, 1967, voce “Pulsione”). Si differenzia da Instinkt che Freud usa sempre per riferirsi a un comportamento animale fissato dall’eredità, caratteristico della specie, preformato nel suo svolgimento e dettato dal suo oggetto. La Standard Edition ha preferito tradurre Trieb con Istinct e questo ha comportato confusioni.
  7. “In Al di là del principio di piacere Freud esamina criticamente il concetto secondo cui l’attività pulsionale sarebbe tutta dominata da una corsa al piacere. Già nelle Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico (1911) al principio di piacere era stato contrapposto il principio di realtà, con il quale viene posta una remora a tale corsa. Tuttavia il principio di realtà non è per Freud che una trasformazione dello stesso principio di piacere, né esso è in contrasto col carattere fondamentalmente edonistico dell’attività pulsionale”. (Avvertenza Editoriale a Al di là del principio di piacere, OSF, vol. IX, p. 190).
  8. Credo che possa essere d’aiuto riflettere sulla traduzione inglese del termine “riflessivo”: reflexive indica l’aspetto grammaticale, come quando in italiano parliamo di verbi riflessivi per indicare che l’azione del verbo si riflette su sé stessa; reflective indica la riflessione che il soggetto fa su di sé guardandosi allo specchio in un riflesso, che egli deve riportare a sé stesso.
  9. Diverso è pensare, come avviene sempre più oggi, soprattutto nel mondo statunitense, alla difesa come dissociazione, intesa come espressione di ciò che costituisce l’inconscio perché non è ancora stato significato, in una prospettiva evolutiva non conflittuale (Donnel Stern, 2003). Mentre mi sembra estremamente positiva l’esigenza di dare spazio a un inconscio che non coincida con il rimosso (il freudiano inconscio descrittivo), ma inglobi tutto ciò che ci costituisce ma è fuori dalla coscienza, il termine non mi sembra felice. In tutti i casi non chiarisce quale sia la natura del dissociato e che rapporto abbia con il Soggetto, ma si limita a descriverlo.

Maria Luisa Tricoli


BIBLIOGRAFIA

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