Subpersonalità e crescita dell’Io (M. Scardovelli, Borla 2000)

Un libro che la curiosità ha voluto mi ritrovassi tra le mani di recente – ed io sono piuttosto propensa sempre a pensare che “nulla avvenga per caso” è “Subpersonalità e crescita dell’Io” di Mauro Scardovelli , ed. BORLA.

Non si tratta di una pubblicazione recentissima; infatti, il volume è stato finito di stampare il volume  nel novembre del 2000; tuttavia, mi sento incline a segnalarne l’esistenza, la natura ed il contenuto, soprattutto a dei giovani psicologi o psicoterapeuti e più in generale a tutti gli operatori dell’ambito socio-medico-psico-sanitario, per la chiarezza e l’ampia sintesi (sic, l’ossimoro ben calza!) con cui l’autore, giocandosi molto anche in prima persona, ci guida all’interno di un modello da lui approntato, lavorando sodo di sintesi su modelli altrui da lui “riletti” e di cui ci appronta una rivisitazione aggiornata ed orientata all’intervento curativo  su possibili utenti “psicologici”.

Come sempre, anche per  questo lavoro,  molte potrebbero essere le critiche: già un po’ datato, un po’ troppo onnicomprensivo e “tuttologico” , eccessivamente “americano”, come dire, pragmatico.

Non mi attardo in una difesa del valore del lavoro di M. Scardovelli. Mio intento è semplicemente osservare che nel suo modello, trattasi di PNL Umanistica, e nel suo volume, attraverso la metafora del “buon governo” e di “società della mente” ci ritroviamo di fronte alla esplicitazione di concetti base come l’ “Io” e le sue funzioni, oppure di “maschera”,  di “ombra”, di “difese” . Ci vengono proposte, in condivisione, riflessioni sul senso, in relazioni all’oggi, del sottoporsi ad una psicoterapia e su come sia opportuno guardare alla figura e persona dello psicoterapeuta.

Tutto questo mondo di pensieri da S. ci viene proposto a partire dalla constatazione che – è riscontro esperienziale di ognuno – l’individuo, qualunque individuo, deve “fare i conti con una moltitudine di voci interne, figure, personaggi, modelli interiorizzati, parti di noi rimaste ancorate al passato”.

Anche quando non si è dotati di grandi capacità di introspezione, ci ritroviamo a constatare che “la nostra mente funziona per sottosistemi o parti”: noi non siamo semplici, bensì – così avrebbe detto Jung – complessi.

Prendere atto di questa nostra natura è doveroso, utile ed imprescindibile e potrebbe essere disperante se tra le nostre varie istanze non fosse data la possibilità del dialogo e della negoziazione: l’individuo, in questo modello, è concepito, dunque, oltre che come complesso anche come suscettibile di  cambiamento e pertanto destinato ad un percorso in senso “evolutivo”. L’Io ha una funzione fondamentale: di governo sulle diverse  molteplici istanze presenti all’interno della nostra mente.

É un centro di coscienza e di volontà.

Alla sua crescita e evoluzione  l’autore del testo dedica la terza parte del volume, quella che personalmente ho trovato più interessante e “moderna”.

Non intendo, con questo, nulla togliere al valore ed all’utilità che caratterizzano le due sezioni che  precedono: la prima che illustra il modello in generale e la seconda che, dedicata alla presentazione delle sub personalità (ne annovera dieci) ci può certamente aiutare a fare diagnosi, in un modo, mi piace rimarcarlo,  molto vicino al “fare diagnosi” del nostro Cepei: nel rispetto della soggettività del Paziente, della sua dignità di individuo e della sua suscettibilità al cambiamento evolutivo, dunque come momento delicatissimo,  problematico ed in divenire, ovvero processuale.

Della terza parte, da me considerata come quella “aperta” al futuro della psicoterapia, vorrei segnalarvi, in particolare, le considerazione che vengono proposte sull’amore come forza guaritrice  e sull’utilizzo degli stati profondi della coscienza.

Riporto solo una citazione, giusto per sensibilizzarvi,  lasciando poi a voi il compito, eventualmente, di approfondire l’argomento attraverso la lettura del libro e della terza sezione in particolare:” … l’esperienza insegna che tali problemi (si intenda la serie sia dei  problemi interni, psicologici dell’individuo sia quelli esterni, relazionali), una volta allargato lo stato di coscienza, sono già fortemente ridimensionati, e quindi assai più facilmente affrontabili” (pag. 461 op. c. ).

Infine, vorrei soffermarmi con voi su un imprevisto piacevole in cui mi sono imbattuta leggendo quest’opera.

Mi riferisco ad un’altra breve citazione, sempre da pag. 461 dell’op. c. Si tratta dei  vissuti e delle riflessioni dell’autore del libro in riferimento ad  alcuni significativi passaggi del percorso di terapia da lui condotto con una coppia di suoi Pazienti.

Egli scrive:” Mi ero fatto coinvolgere, ero diventato parte del sistema e della sua malattia. Quando me ne accorsi, mi dissociai dalla situazione. Cominciai a vederla dall’alto, da un altro punto di vista. Poi mi ancorai ad uno stato profondo. All’improvviso tutto mi apparve chiaro e semplice”.

Ora, quando M.S. si pone in un punto di osservazione “alto”, dissociandosi dalla situazione di malattia del o dei Pz. che ha in seduta, si pone in un atteggiamento di attenzione fluttuante e con l’utilizzo di opportuni esercizi di pratica meditativa assurge ad altro livello della propria coscienza, in virtù del quale “crea ponti”, “vede nessi”, “promuove letture”, diversamente non possibili.

E poi, grazie a queste “intuizioni”, può formulare quesiti, suggerire dubitativamente riflessioni, secondo un metodo più classicamente riflessivo – nel senso di attinente al processo mentale/razionale. Pare – a me – che il suo modo di procedere in terapia, oscilli – volutamente con e per metodo- tra le quattro tipologie di Jung: un ascolto che procede per le quattro vie possibili della natura del soggetto: intelletto, sentimento, senso ed intuizione. Un ascolto del terapeuta di sé-soggetto e dell’altro soggetto che è ascoltato secondo queste quattro vie e sollecitato ad ascoltarsi e riflettere per queste stesse quattro vie presenti in lui.

Mi preme concludere, chiarendo che considero possa essere utile, non necessaria e neppure fondamentale certamente, la lettura di questo testo per coloro che (e ribadisco soprattutto per “giovani  apprendisti stregoni” )  vogliano un po’ spianarsi la strada che porta al Cepei ed al suo modello di Psicoterapia evolutiva Intersoggettiva.

Laura Zecchillo

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