Hikikomori: un caso sociale estremo di interdipendenza simbiotica

Dagli anni ’90 in Giappone e più di recente da noi, si è incominciato a parlare di una particolare condizione sociale che tocca soprattutto giovani maschi primogeniti, in una fascia di età adolescenziale che va dai 12 ai 30 anni, appartenenti a una classe sociale medio-alta: l’Hikikomori. Di recente il fenomeno è divenuto sempre più noto in Italia, grazie alla creazione di un blog dedicato da parte dello psicologo sociale Marco Crepaldi (www.hikikomoriitalia.it) [3] e a un servizio trasmesso dal programma “Le iene”. A Milano è stata fondata la Cooperativa Sociale Onlus Hikikomori, a cura della psicologa Rita Marianna Subioli [6].

Hikikomori è un termine giapponese composto dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”, e traducibile in italiano come “stare in disparte, isolarsi”. Il termine fu coniato dallo psichiatra Tamaki Saitō, quando cominciò a rendersi conto della similarità sintomatologica di un numero sempre crescente di adolescenti che mostravano apatia, incomunicabilità e isolamento sociale totale. Il Ministero giapponese della Salute, del Lavoro e del Welfare nel 2010 lo ha definito come un “profondo e prolungato ritiro sociale” e “una situazione in cui una persona si ritira nella propria casa per più di 6 mesi e non partecipa alle attività sociali, come il frequentare la scuola e/o il lavoro” [5, 7]. Nella definizione viene precisato poi che l’hikikomori non è una sindrome, comporta il ritiro completo dalla società per più di sei mesi (spesso per anni: anche 20 o 30), non deve essere diagnosticata una schizofrenia, il ritardo mentale o altre patologie psichiatriche rilevanti (depressione maggiore), e tra i soggetti con ritiro o perdita di interesse per la scuola o il lavoro sono esclusi coloro che continuano a mantenere delle relazioni sociali. Questo ultimo criterio differenzia gli hikikomori da un altro fenomeno presente nei paesi anglosassoni: il NEET, acronimo inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, utilizzato in economia e in sociologia del lavoro per indicare individui che non sono impegnati nel ricevere un’istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono impegnati in altre attività simili [4, 7].

Alcuni vedono quella dell’hikikomori come una variante di “Social withdrawal” (ritiro sociale), cioè una condizione sociale caratterizzata prevalentemente da sentimenti di solitudine, isolamento, ritiro dalla società e dalle relazioni interpersonali [4]. Gli hikikomori sono individui che rifiutano di uscire dalla casa dei genitori, isolandosi nella propria stanza per periodi molto lunghi, con la possibilità che la permanenza in autoreclusione si prolunghi per anni, in una condizione di stabile dipendenza economica dalla famiglia. Essi sono soliti pranzare e cenare nella propria stanza con un vassoio passato dal genitore attraverso la porta appena socchiusa e si recano in bagno con percorsi che, per tacita intesa famigliare, vengono lasciati il più possibile non frequentati. Si interrompe ogni rapporto con il mondo della scuola, dell’università o del lavoro. I rapporti sociali (in genere non personali) avvengono solo tramite internet.

Il fenomeno ha iniziato a comparire anche in Europa, nei paesi industrializzati. In Italia l’autoreclusione nasce spesso dal desiderio di prendersi una “pausa di riflessione” per le difficoltà che il soggetto vive nella relazione con il proprio ambiente di vita, con conseguente ritiro in casa fino ad arrivare a una completa incapacità relazionale. Il mondo viene visto come spaventoso e fonte di angoscia. Internet è solo l’incentivo a chiudersi in casa, non la causa principale del disagio. Sono soprattutto due gli eventi concomitanti che portano al suo sviluppo: il primo riguarda episodi di bullismo subiti in particolare durante il periodo delle scuole medie; l’altro riguarda la paura che vengano disattese le aspettative dei genitori nei confronti dei figli, convinti a sviluppare l’ambizione di diventare perfetti in ogni aspetto della vita. Gli elementi in comune con gli hikikomori giapponesi vedono i padri impegnati sul lavoro e spesso assenti in famiglia, oppure le famiglie monogenitoriali caratterizzate da una forte relazione con la madre. La madre tende ad avere un atteggiamento protettivo e accondiscendente nei confronti del figlio, mentre il padre è più incline a reagire con insofferenza, considerando il figlio un fannullone. Internet rappresenta l’unico contatto che gli hikikomori hanno con persone estranee al loro nucleo famigliare. A differenza del Giappone, il fenomeno non colpisce solo i maschi, ma riguarda anche un discreto numero di femmine [6].

È dunque chiaro che il disagio dell’hikikomori si manifesta all’interno di un contesto socio-culturale favorente dove, soprattutto in Giappone, al maschio è ancora demandato un atteggiamento attivo di successo e sostegno alla famiglia. Altro fattore che sembra caratterizzare gli hikikomori è il non riconoscere le emozioni, conseguenza dell’insofferenza per il proprio corpo che spesso non viene apprezzato. Questo aspetto però è comune anche ad altri disagi giovanili: soprattutto nelle donne caratterizza i disturbi dell’alimentazione. Molte ragazze anoressiche si richiudono in casa, detestano il proprio corpo e sono alessitimiche. Diciamo che gli hikikomori, soprattutto giapponesi, manifestano un “ritiro nel ritiro”. Come abbiamo visto essi vivono in camera anche all’interno della stessa abitazione famigliare e in assoluto tendono ad avere contatti solo indiretti con i genitori. Vi è un aspetto collusivo della famiglia in questo ritiro, come vedremo più avanti. Inoltre, vi è spesso un’alterazione dei ritmi circadiani, visto che gli hikikomori dormono per gran parte della giornata, mentre giocano ai videogiochi, con il computer, o guardano la televisione durante la notte.

Quali sono le cause individuate dell’hikikomori? Abbiamo visto che il contesto socio-culturale e famigliare è sicuramente determinante. È innegabile che la cultura giapponese abbia tutta una serie di fattori che contribuiscono a generare un terreno particolarmente fertile per la diffusione del fenomeno. Il sistema sociale scolastico e lavorativo è eccessivamente competitivo; la figura paterna è assente sia sul piano fisico, per gli impegni di lavoro, sia sul piano emotivo; la madre tende a sviluppare con il figlio un rapporto simbiotico di dipendenza (“amae” in giapponese), iperprotettivo, che impedisce al figlio di sviluppare risorse per reagire alle delusioni della vita. Altre concause socio-culturali sono il bullismo anche “soft” (in Giappone essere esclusi dal gruppo significa un fallimento sociale), e l’assenza di valori spirituali e religiosi in cui potersi identificare [3]. Nella società giapponese, come del resto in quella italiana, il calo drastico delle nascite fa inoltre riporre tutte le aspettative dei genitori sull’unico figlio della coppia genitoriale.

Per Marco Crepaldi, dunque, “L’hikikomori è un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle società capitalistiche economicamente più sviluppate” [3].

Daniela Grimaudo [4] fa rientrare l’hikikomori in un caso di “Social Withdrawal”, termine inglese che indica proprio l’isolamento, il mettersi in disparte, il ritiro dalla società e “Nonostante i giovanissimi trascorrano il loro tempo su internet, con fumetti o video giochi, attenzione! il fenomeno va distinto dall’ abuso tecnologico o da altre forme patologiche, anche se, presentano un elemento comune: si sceglie una vita virtuale che sostituisce in pieno il reale. Il Social Withdrawal è un ritiro dalla società, è un rifugiarsi nella solitudine ma paradossalmente questi giovani interagiscono virtualmente con il mondo; quel senso di vergogna sperimentato nel contatto con l’altro, in rete viene placato, anche se non completamente.

La dimensione del gruppo sulla piattaforma virtuale crea un senso di appartenenza e di accettazione immediata che non sembra essere caratterizzato dai tempi e dalle regole più severe a cui sottostanno i gruppi nella realtà quotidiana”.

Vi sono però anche delle caratteristiche tipiche della personalità: gli hikikomori sono ragazzi intelligenti, ma particolarmente introversi e sensibili. Questi tratti caratteriali contribuiscono alla difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell’affrontare le problematicità e frustrazioni che occorrono nella vita. Essi hanno spesso una visione molto negativa della società e soffrono con particolare intensità le pressioni di realizzazione sociale che da essa derivano, a tal punto da arrivare a ripudiarle.

Lo psichiatra Takahiro Kato, della Kyushu University nel Giappone del sud, vede una connessione chiara tra

come vengono cresciuti i bambini giapponesi in cui le relazioni genitore-figlio sono “meno edipiche” e più caratterizzate da un padre assente e una stretta e prolungata “connessione alla madre”, che può impedire l’indipendenza del figlio. La creazione di abilità interpersonali fondamentali durante le prime fasi della vita sembra essere così insufficiente. Questo può indurre la vulnerabilità allo stress durante gli anni successivi della scuola o nell’ambiente di lavoro. Sempre in ambito psichiatrico giapponese, Il dott. Sachiko Horiguchi riferisce che molti hikikomori raccontano problemi di malattia, compresi episodi di depressione o panico e disturbi d’ansia. Altri menzionano problemi famigliari, scolastici o lavorativi, inclusi il bullismo, molestie, stress e straordinari eccessivi di lavoro. Il dott. Nicolas Tajan suggerisce che in alcuni casi si potrebbe considerare l’hikikomori come una forma di resistenza passiva. Per Tajan gli hikikomori “Sono senzatetto a casa”, perché di fatto sono abbandonati. Appartati e abbandonati. Il fatto che i loro genitori siano a casa e diano loro da mangiare, o diano loro denaro e riparo, non è una sconferma dell’abbandono: i genitori possono fare tutto questo, ma contemporaneamente possono abbandonare loro figlio al suo destino [5].

Come abbiamo visto, le cause non sono perfettamente note o univoche e non è chiaro se l’hikikomori vada considerata una vera e propria malattia o una sindrome. Tuttavia, vi sono fattori interpersonali che ricorrono e, dal punto di vista della psicologia analitica intersoggettiva, l’hikikomori può essere concettualizzato come una modalità a volte estrema di interdipendenza simbiotica, la cui forma è plasmata secondo le aspettative culturali delle attuali società economicamente più sviluppate.

Interdipendenza simbiotica che comporta un contesto collusivo genitori-figlio che coinvolge, in modi differenti, sia la madre sia il padre. La figura materna è più direttamente coinvolta nella simbiosi: il comportamento tipico di una madre di uno hikikomori è quello di appoggiare e di non interferire con l’operato del figlio, senza “disturbarlo” e senza indagare sul motivo del suo malessere.

Sappiamo che ciò che caratterizza l’interdipendenza simbiotica è il fallimento del rispecchiamento e del riconoscimento dell’altro [1]. Con l’accondiscendenza che non sa scorgere il dolore del ritiro, la madre esprime di fatto un’anaffettività e una completa assenza di funzione riflessiva rispetto al figlio, a dispetto della “amae” giapponese, cioè dell’intensa dipendenza. L’isolamento del figlio, col passare del tempo, diventa totale, passando da momenti di dipendenza completa a momenti di forte controdipendenza con aggressività, che possono sfociare in minacce di morte o tentati omicidi verso la madre.

L’interdipendenza simbiotica paterna assume una modalità per certi versi opposta e indiretta, ma sempre caratterizzata da un’assenza di rispecchiamento e riconoscimento, e l’assenza di funzione riflessiva che porta a mitizzare un ideale sociale astratto a dispetto dell’assumere uno sguardo reale sul figlio. A causa della natura fortemente omologante della cultura giapponese, se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’élite o un’azienda di prestigio, molti genitori vivono questo come un grave fallimento. I padri giapponesi, spesso lontani dall’ambiente famigliare per lavoro, sono soliti esercitare nei figli una “violenza simbolica” (termine coniato dal sociologo francese Pierre Bourdieu [7]). Con “violenza simbolica” si intende l’evidenziare, da parte del padre, i suoi propri successi e la dedizione al lavoro secondo le aspettative sociali. Di solito il padre, impegnato tutto il giorno sul posto di lavoro, finisce per eliminare tutte le attività extra-lavorative, limitando anche le amicizie a quelle coltivate in ambito lavorativo. Contrapposta a tale assenza fisica vi è però un’eccessiva presenza della figura patriarcale che il padre giapponese rappresenta. Egli si mostra calmo e forte, limita le emozioni e le parole, tagliando tutti i rapporti intimi con la famiglia, nella speranza che il figlio assimili gli stessi valori. Nella collusione simbiotica il figlio, a modello del padre, si rintana in luogo privo di emozioni, ma non per seguire una strada costellata dal successo scolastico e lavorativo, bensì sviluppando i sintomi del ritiro sociale.

Come ogni condizione sintomatica, anche l’hikikomori rappresenta una tentativo fallito di uscita dall’interdipendenza simbiotica e dunque diventa inconsciamente una forma di ribellione al sistema sociale e al modello paterno e materno che blocca il processo di soggettivazione dell’individuo. L’hikikomori potrebbe così essere effettivamente una resistenza passiva alla pressione all’autorealizzazione e al successo personale, vissuto come coartante il proprio processo di individuazione. La contrapposizione tra sentimenti autentici e profondi di una persona e i sentimenti di facciata socialmente attesi, riveste un ruolo di importanza capitale nella cultura giapponese, ma non solo. L’esistenza di questi due aspetti dicotomici comporta la presenza di un doppio registro psichico per cui, anche se talvolta si provano sentimenti contrari alle regole della società, occorre comunque rispettarle per salvaguardare l’armonia del gruppo. A causa di questa ricerca dell’armonia a tutti i costi spesso i sentimenti più intimi risultano essere soppressi. In Giappone le opinioni personali non sono mai apertamente espresse, le emozioni non vengono fatte trasparire e gli scontri pubblici sono rari [7].

Dal punto di vista personologico individuale, quindi, l’hikikomori configura una personalità dipendente con caratteristiche però evitanti che vive come tema complessuale il conflitto tra autonomia/dipendenza bisognosa, con negazione del bisogno. L’idea inconscia di fondo sarebbe quella tipica della personalità dipendente – “da solo non mi reggo in piedi e mi disgrego” [2] – ma con una sfumatura che porta all’evitamento della vicinanza: “sono talmente disgregato che se l’altro si avvicina mi assorbe”. E mi può assorbire nella totale dipendenza da lui (madre) o nei suoi ideali spersonalizzanti (padre). Questo comporta un sentimento nella relazione di inaffidabilità reciproca dell’altro e la costante sensazione di non poter contare su di lui per essere me stesso. Come ho sottolineato in altra sede, l’hikikomori conferma che la dipendenza e l’evitamento costituiscono le due modalità estreme della “paura della dipendenza” [2]. Certo, il fenomeno hikikomori assume un connotato borderline, o in alcuni casi psicotico, della personalità e del rapporto interpersonale e difficilmente può essere visto come un’organizzazione nevrotica di personalità.

Data la rilevanza sociale del fenomeno, in Giappone si è cercato di porre rimedio al problema degli hikikomori attraverso due principali tipi di approcci, ciascuno dei quali con il proprio stile e la propria filosofia di trattamento: l’approccio medico-psichiatrico, che consiste nel trattare la condizione come un disturbo mentale o comportamentale con il ricovero ospedaliero, sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci; l’approccio basato sulla risocializzazione che guarda al fenomeno come a un problema di socializzazione piuttosto che come a una malattia mentale. L’hikikomori viene quindi ospitato in una comunità alloggio in cui sono presenti altri hikikomori, con la possibilità di interagire lontano dalla casa di origine. Nel secondo approccio rientrano specifiche organizzazioni no profit (anche in Italia) che si propongono di aiutare coloro che trovano difficoltà a comunicare e a integrarsi nella società, migliorando la loro capacità di interagire in modo da renderli indipendenti dalla famiglia, attraverso l’assegnazione di piccoli incarichi o lavori.

A conferma dell’interdipendenza simbiotica e collusiva, la maggior parte dei genitori aspetta molto tempo prima di chiedere aiuto, nella speranza che il figlio superi la fase del disturbo da solo. Ciò è in parte dovuto al fatto che si crea una sorta di mutuo consenso, in cui il figlio si vergogna di aver deluso i genitori, mentre questi ultimi si vergognano di avere un figlio rimasto indietro rispetto agli altri. Talvolta, i genitori si vergognano di cercare un rimedio per il disturbo del figlio. La relativa capacità economica della classe media consente inoltre ai genitori di mantenere in casa un figlio adulto indefinitamente [7].

In Italia la presa in carico terapeutica di un adolescente che decide di sparire dal palcoscenico sociale e di rinchiudersi nella propria stanza è complessa. Non è certo il ragazzo che si reca (o che può essere portato) dal terapeuta.

Marco Crepaldi sul suo sito ha instaurato una chat dedicata: “Hikikomori under 25”. Conta più di 450 iscritti con un’età tra i 16 ed i 25 anni. Viene subito chiesta una dettagliata presentazione di chi si registra. Pochi minuti e iniziano le domande. “Quale videogame preferisci?”. I membri continuano con domande sempre più dettagliate per valutare le conoscenze del nuovo utente. Devi avere le giuste competenze informatiche o il blocco è immediato. Il tempo di rimanere per leggere quel: “Ragazzi usciamo questa sera?”. Iniziano le proposte: gioco, ora e piattaforma. “Escono”, rimanendo nella loro stanza. Alle dieci di sera parte la sfida sul web che si protrae fino a notte fonda. C’è chi riesce a giocare per 32 ore consecutive, saltando i pasti e non distinguendo più il giorno dalla notte [6].

Le terapie accreditate poi, sul modello giapponese più efficace, prevedono che se l’hikikomori non esce da casa sua, sarà il terapeuta a farlo: entrerà lui in casa, si metterà in gioco con il suo corpo, con le sue attitudini e competenze professionali e andrà a incontrare l’hikikomori lì dove si trova e inizierà a intessere con lui una relazione terapeutica costituita all’inizio da silenzi e rifiuti e successivamente da sguardi, parole e comunicazione di senso [4]. Condurre l’hikikomori fuori casa non è l’obiettivo principale di questo intervento domiciliare, quanto piuttosto quello di avere il permesso di stare insieme a lui nella stanza, entrare nel suo mondo, nell’immaginario, negli interessi carichi di significato e, diremmo noi, attivare gradualmente la sua funzione riflessiva.

È la funzione riflessiva infatti quella capacità propriamente umana in grado di fare sintesi tra i nostri vissuti emotivi interiori, consci e inconsci, e l’esperienza esterna che facciamo, anche nella relazione con l’altro.

Paolo Cozzaglio


Bibliografia

[1] Cozzaglio P. (2014) Psichiatria intersoggettiva. Dalla cura del soggetto al soggetto della cura, Franco Angeli, Milano.

[2] Cozzaglio P. (2017) Confini borderline. Psicoterapia analitica intersoggettiva dei disturbi di personalità, Franco Angeli, Milano.

[3] Crepaldi M., Hikikomori giapponesi e hikikomori italiani: ecco perché sono diversi, http://www.hikikomoriitalia.it (06/01/2018).

[4] Grimaudo D., Social Withdrawal e Hikikomori: definizione e ipotesi d’intervento, http://www.stateofmind.it (06/01/2018).

[5] Harding C. (2018) Feature: Hikikomori, The Lancet Psy, vol. 5, jan 2018.

[6] Pajaro I., China G., Mazzetti M., Gli hikikomori in Italia: cause e cura della sindrome da auto-reclusione, https://www.magzine.it (06/01/2018)

[7] Wikipedia: hikikomori (06/01/2018)

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