Diagnosi e destino

Diagnosi e destino di Vittorio Lingiardi, Einaudi 2018

Un libro piccolo di dimensioni, ma grande e prezioso per i contenuti affrontati, in modo complesso, delicato e ampio, è il testo di Vittorio Lingiardi Diagnosi e destino. Il titolo stesso – che affascina immediatamente il lettore – presenta il tema della diagnosi quale veicolo di una prospettiva esistenziale (per cui emotiva, collettiva, evolutiva), in sostanza il destino di ognuno di noi. Già. La diagnosi, qualsiasi diagnosi, infatti, ci viene comunicata prima o poi o per malattie “innocue” per la loro evolutività ovvero per malattie “importanti”; in quel momento ci sentiamo spinti verso un inevitabile destino che, ovviamente, cambia la nostra visione secondo la prognosi.

Diagnosi dal greco significa conoscere attraverso; è dunque un processo di conoscenza di sé che implica anche uno spazio relazionale in cui questo si svolge. L’autore cita Balint: “Il problema reale in un individuo è la malattia di tutta una persona, ed è la diagnosi che consente un passaggio da una situazione «non organizzata» ad «una più organizzata»; il medico attraverso l’ascolto del paziente riconosce le sfumature anche dentro di sé, attivando una sorta di «controtransfert diagnostico»” (pag XII). Con lo psicoanalista degli anni Cinquanta, Lingiardi ci introduce così al contenitore fondamentale in cui si muove una diagnosi, cioè quello dell’incontro tra medico/terapeuta e paziente, rapporto riflessivo intimo con la condizione umana.

Il testo è suddiviso in tre parti che man mano ci portano alla comprensione di cosa succede nel ricevere una diagnosi, ma anche di chi la formula e di come la comunica (è esperienza comune sentirsi snocciolare statistiche scientifiche che dovrebbero dare rassicurazioni – forse – o dover firmare fogli per accettare le terapie; in questo momento ci si sente messi a nudo nella comprensione delle comunicazioni, nella privatezza di se stessi e dei legami). Insomma, l’annuncio della diagnosi non sempre rende il medico già farmaco e cura, cuore epistemico dell’assunto di Lingiardi.

Inizialmente, l’autore ripercorre l’evoluzione semantica dei termini usati per indicare le malattie (da cancro a neoplasia, da isteria a trauma a omosessualità), termini che nel tempo hanno mutato significato e immagine, parallelamente ai passaggi storici e culturali in cui si collocavano e hanno avuto il potere di modificare le nostre percezioni e rappresentazioni dell’esperienza. Tutto questo Lingiardi ce lo presenta con strumenti e citazioni mutuati dalla letteratura, dall’antropologia e dalla scienza intrecciate con esperienze di vita, testimonianze, storie cliniche, che diventano chiave di comprensione delle sue riflessioni.

La prima parte prende spunto da due scrittrici del secolo XX-XXI, Susan Sontag (1933-2004) e Wirginia Woolf (1882-1941), che Lingiardi mette a confronto per la testimonianza diversa che portano sulla malattia e sull’essere malati. La prima è contro ogni metafora della malattia, l’immaginario a suo parere fa peggiorare la vita del malato e lo colpevolizza; la scrittrice statunitense nella malattia non vede niente di psicologico e interpretativo: «Metafora è una parola in codice per falsa rappresentazione, sciocchezza, idea sbagliata. Senza metafore la gente starebbe meglio […] Si parla della malattia come qualcosa che ti dona nuova profondità. Io non mi sento più profonda. Mi sento appiattita. Sono diventata oscura a me stessa» (pagg. 9-10).

 Virginia Woolf, invece, vede la malattia come un “grande confessionale”, l’occasione di una ricerca intima per darle tempo e spazio e parola, per sentirsi soggetti dell’imprevisto. Nelle parole della poetessa inglese la malattia quasi prende le sembianze dell’amore che gioca con gli stessi vecchi trucchi, ci fa aspettare sempre e in allerta.

 Si susseguono anche altre testimonianze di scrittori, poeti che sottolineano l’importanza per il malato di esternare la propria storia intima, perché la diagnosi –per cui la malattia – fa apprendere qualcosa di sé stessi che non si conosceva, insieme al corpo coi suoi limiti, ai legami interpersonali in una riscoperta solidarietà o sgomenta indifferenza. E dall’altra parte ci sono i medici, coloro che fanno la diagnosi e la comunicano, e che spesso sembrano non accorgersi di tutto ciò che abita la malattia in quel peculiare malato.

Il tema affrontato dall’autore nella seconda parte del libro è il mondo delle forme di difese alle quali ricorriamo quando ci ammaliamo. Descrivendole e analizzandole attraverso vignette cliniche esemplificative, Lingiardi ci aiuta a comprendere che il tipo di risposta che abbiamo ogni volta di fronte alla malattia rappresenta uno stile difensivo dipendente dalla nostra personalità e dalla sua organizzazione. La malattia coi suoi imprescindibili cambiamenti ci richiede continui adattamenti: «da un lato, rappresenta la lotta contro l’angoscia prodotta dalla minaccia della malattia; dall’altro permette l’instaurarsi di nuove modalità di relazione con se stessi e gli altri» (pag. 53). Alcuni di questi meccanismi rappresentano una premessa alla cura, perché possono aiutare a proteggersi in modo consapevole, avendone cosi beneficio; altri, al contrario, aumentano addirittura le sofferenze. E così anche il medico/terapeuta, essendo in questo rapporto dialettico con il malato, mette in moto in sé dei processi psichici, soprattutto se si prende cura più della persona che della malattia.

 In questa parte del libro, ampio spazio è dedicato a quella «popolazione numerosa, ma poco considerata. Il loro santo protettore è Argante, malato immaginario di Molière»(pag.69), vale a dire i cosiddetti ipocondriaci. Difficile per il medico costruire la relazione con coloro che come unica risposta a una sofferenza psichica sono convinti o hanno paura di avere una malattia; come per i meccanismi di difesa questa modalità psichica di risposta comportamentale varia a seconda delle caratteristiche di personalità.

L’ultima sezione del testo si conclude con l’esperienza di Lingiardi come psichiatra e psicoanalista che apre al dibattito ancora in divenire sulla definizione di salute mentale e la conseguente diagnosi; in questo ambito troviamo manuali con proliferazione di descrizioni di sintomi, “tassonomie di disturbi” – vincolate spesso da interessi farmaceutici e da una visione “bidimensionale” dell’individuo (nel pensiero di Basaglia: «una volta fatta la diagnosi l’uomo che è di fronte a noi tende a scomparire, a dissolversi») – e diagnosi applicate che ignorano tutto dell’altro, della sua lingua, della sua storia nella frettolosità di una routine, di una burocrazia che divora e tacita l’altro. Vi sono poi altri manuali che partono da una visione in cui il sintomo è accompagnato alla personalità e alle relazioni del soggetto, ai suoi vissuti e alle sue risorse. Il PDM-2, curato e costruito dall’autore stesso insieme alla collega americana Nancy McWilliams, parla di «tassonomia di individui che presentano un disturbo» diversificandolo nel ciclo della vita. Qui Lingiardi sottolinea che è impossibile fare un colloquio con un paziente senza avere l’idea della sua personalità, per essere indirizzati nella terapia e nella cura per quel paziente. È una parte impegnativa e complessa che tratta in modo specifico le diagnosi psicologiche e psichiatriche (forse difficile immediatamente per i non addetti), ma che sollecita in ognuno di noi il desiderio di riconoscere e riconoscersi delle parti forse ancora inesplorate. In conclusione, la diagnosi in questo testo non ci definisce un disturbo, un sintomo, una sofferenza, ma trasfigura l’esperienza della nostra vita, della nostra soggettività, ci fa nuovi soggetti, trasforma il nostro sentire, il nostro stesso modo di soffrire, ci apre a un destino con cui dialogare.

Mimma Cutrale

1 commento su “Diagnosi e destino”

  1. Tema interessantissimo per chi, come me, ha continuamente a che fare con medici e diagnosi. La recensione è molto chiara e accattivante. Grazie per il prezioso suggerimento e per gli spunti su cui, fin d’ora, riflettere!

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