La compagnia dei sogni

Ma tu chi sei, che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri? (William Shakespeare)

L’origine

Nell’estate del 2017, mentre mi apprestavo a vivere questo tempo nel modo per me migliore, cioè camminando per i monti, ha fatto irruzione nella mia vita una importante malattia, annunciandosi dapprima in modo ambiguo per poi occupare stabilmente e per un lungo periodo il mio corpo e la mia mente. La convivenza con il linfoma ha visto diverse fasi, corrispondenti all’inizio ed al progredire delle cure: le terapie e il linfoma stesso hanno quindi dettato i miei tempi con una scansione che vedeva le prime aumentare di intensità fino ad un culmine e il secondo fare la sua parte, una caparbia resistenza e un ritiro ordinato. Ho cercato in tutto questo percorso di essere una presenza attiva, un soggetto della cura e un interlocutore, paziente e costante, con il linfoma.

I sogni mi hanno fatto da subito compagnia, storie notturne nella tranquillità e apertura del sonno, storie parallele, con altri filtri e presupposti, in grado di proporre un efficace piano di spunti e riflessioni, un’altra lettura degli accadimenti, che ha sostenuto quello che era il mio obiettivo: rimanere consapevole nella storia, fino alla guarigione.

Andando indietro e cercando un inizio, mi viene facile pensare alla decisiva visita medica, alla ricerca di una diagnosi sicura e definitiva.

Anche la presenza dei sogni ha origine la notte precedente la visita.

Sono nel mezzo di una battaglia, su una moto, molto ben attrezzata e armata. Davanti a me le avanguardie, in posizione e anche loro armate; dietro il grosso della spedizione. Nascosto da qualche parte, nella boscaglia, il nemico, i banditi. Fase di stallo … impaziente avanzo, per raggiungere le avanguardie e vedere da vicino la situazione. Mi muovo quindi in avanti, di conseguenza anche il grosso della spedizione si muove e avanza nella mia direzione, mi raggiunge: posso così constatare che le truppe sono dotate di ogni tipo di armi: armi leggere, pesanti, cannoni, mezzi cingolati, e altro. Ormai la battaglia è lanciata, avanguardia e truppe attaccano in forze. Io rimango nella mia posizione di osservatore dove posso seguire lo svolgersi dell’attacco. Ben presto, i banditi sono sbaragliati e dispersi e abbandonano il campo …

Mia moglie mi dice che mi presenterà un suo paziente perché me ne prenda cura. E’ il momento giusto per farlo, devo accettare l’idea ed esserne consapevole. inizia per me un nuovo percorso.

Vado al Teatro Faraggiana di Novara, dove si svolgerà un incontro al quale devo partecipare. Entro e trovo a terra un tappeto molto morbido, chiaro, accogliente. Anche le poltrone sono state rivestite con una copertura morbida. Viene voglia di camminare a piedi nudi, per godere di tutta questa morbidezza. Intanto un gruppo sta suonando musica jazz … è una prova. Sto bene, mi sento molto a mio agio. Osservo che in segreteria si sta formando una coda di gente che vuole acquistare biglietti o abbonamenti. Sono molto contento e soddisfatto del successo.

Mi ricordo un lavoro fatto durante un corso di teatro al quale anni fa ho partecipato: bisognava proporre una improvvisazione avente come tema questa doppia affermazione: “Ho combattuto e ho vinto … ho combattuto e ho perso”.

Se all’epoca avevo svolto la consegna con una buona dose di interpretazione, adesso l’affermazione è decisamente attuale e contingente; combattere diventa una urgenza e una necessità vitale, e per farlo occorre essere ben armati, con alleati forti, dotandosi dei mezzi più alla avanguardia. Niente attendismi, il nemico è da affrontare e disperdere. Partecipare attivamente alla battaglia significa rendersi consapevole della necessità di prendersi in carico: consapevolezza e cura, atteggiamenti fondamentali che devono sostenere tutta quanta l’avventura. Per poi tornare a teatro, ambiente caro, dalla morbida accoglienza, con sottofondo di buona musica, dove “Sto bene, mi sento molto a mio agio”.

Il punto di svolta

Su indicazione della rassicurante, affidabile, competente, protettiva dottoressa che mi ha visitato, svolgo una serie di esami anche approfonditi. Successivamente non resta che aspettare la diagnosi, puntualmente preceduta dal sogno.

Devo salire su un treno, che è molto affollato; mi ricorda i treni in partenza per Lourdes. É talmente pieno ed affollato che devo portare con me poco bagaglio, perché non c’è posto. Sul treno non so dove mettere la mia valigia seppure piccola, e riesco a fatica a sistemarla in un frigorifero. Arrivato a destinazione, scendo dal treno; mi ritrovo sul marciapiede dove un arabo mi importuna con insistenza. Non ho tempo da perdere, quindi subito mi rivolgo alla polizia che è nelle vicinanze per segnalare la situazione. La polizia interviene tempestivamente.

Non serve molto bagaglio per ricevere una diagnosi, quel poco che ho è bene conservarlo, al riparo, dove può permanere a lungo. Mi importuna la diagnosi, ha tratti lontani, sconosciuti, infidi, cerco una rassicurante e riconosciuta protezione.

D’improvviso la tempesta

La comunicazione della diagnosi avviene un pomeriggio, in un ambulatorio molto bianco, anche il medico ha il camice bianco, slacciato. «E’ come pensavamo, lei ha un tumore maligno al sangue, lo chiamiamo linfoma mantellare», occhi bassi sui fogli che sposta continuamente, è routine … Sono quelli i momenti in cui in testa ti passano tanti di quei pensieri, scenari accelerati, ansia, angoscia, paura, vita che cambia; già, vita che cambia in un attimo. La faccia mia e di mia moglie che mi sta accanto è solo immaginabile, quello che ho ben presente è la tempesta che si svolge nella mia mente. Delle due facce però si accorge il medico che, per conseguenza, si affretta a dire «Ma si guarisce, ci sono cure adeguate che permettono la guarigione, percorso lungo e impegnativo, ma si guarisce.» Poi ci spiega in cosa consistono le cure, chemioterapie con diversa composizione, ricoveri, trapianto del midollo. Non capisco nulla, non mi rimane in mente nulla, un trapianto? Cosa vuol dire? Mia moglie riesce a fare domande, otteniamo qualche spiegazione in più ma ben poche rassicurazioni.

Adesso lo so, ho con me un convivente indesiderato, ospite inopportuno e invadente che ha da subito i tratti dell’estraneo, del minaccioso, qualcuno al quale devo pensare, col quale mi devo confrontare, e che mi distoglie da ciò che riempie la mia vita quotidianamente.

Un convivente che irrompe nella mia vita, e ne cambia il senso e la direzione. Ma ci dobbiamo conoscere …

Devo organizzare una festa in occasione del mio nuovo matrimonio. Come luogo penso al cortile-giardino della casa in campagna, nelle vicinanze di Padova dove da bambino andavo per le vacanze estive insieme ai nonni. Alla festa invito una collega di lavoro, la quale è ben felice di partecipare. Mentre mi occupo degli inviti, mi rendo conto che forse è il caso di verificare se la casa di Padova esiste ancora. Mi riprometto quindi di andare in loco per un controllo e successivamente confermare l’invito.

Il sogno mi proietta già al dopo, ad un rito di guarigione: in un luogo antico, dolce, pulito, carico di affetti, da ritrovare e rivitalizzare. Molti gli inviti, attuali, che esprimono una sintesi conquistata e raggiunta: sintesi che è premessa e condizione di svolgimento del rito.

Oggi ho le chemio

Un’altra conoscenza devo fare, con le terapie, le cure, che cominciano subito, in modo graduale: un primo ma intenso accenno di quello che sarà. Ci sono salutari intervalli tra le due giornate di terapie e le altre, per staccare e rifiatare.

Sono impegnato con le cure che devo fare. Al Teatro Coccia di Novara è in programma uno spettacolo, non del nostro Ensemble, ma al quale mi piacerebbe andare. Per il trasporto a teatro è stato messo a disposizione un autobus. Sono arrivato a teatro, lo spettacolo sta per cominciare, ma subentra un disagio interiore: vorrei essere concentrato sulle cure, essere in ospedale a curarmi invece di stare a teatro … non mi va proprio di stare lì …. mi accorgo di avere dimenticato il cellulare a casa: altro disagio. Decido di andarmene e di non assistere allo spettacolo.

Sono al lavoro, occorre portare una persona in ospedale con il nostro pulmino attrezzato. Ormai è sera. Nessun collega è disponibile ed in grado di occuparsene: solo io sono in grado di guidare il pulmino e accompagnare quindi la persona in ospedale. Anche un’altra persona deve andare in ospedale, ma in questo caso è sufficiente una auto: se ne occupi qualche altro collega … io mi occupo del pulmino.

Sono in un’aula dove si svolgerà una prova scritta. La posizione del banco che mi è stato assegnato non mi piace. Sposto quindi l banco e anche altri banchi, fino a trovare una posizione più confacente alle mie esigenze, incurante della reazione dei presenti. Trovata la posizione ideale per il banco, mi accomodo e posso così iniziare la prova.

Sono in campagna, dove vivono alcuni miei parenti: un grande tavolo è imbandito all’aperto, sotto gli alberi. Ci sono già persone accomodate al tavolo, alcune le conosco e le saluto, altre no. Mi aggiro qua e là senza sedermi a tavola, dove ancora non sono state portate le pietanze. Mi accorgo di una installazione, con dei cilindri alti e trasparenti, dentro i quali, immersi nell’acqua, ci sono dei fiori bianchi: è molto bella e chi passa davanti non può che fermarsi ed ammirare questa installazione così luminosa e viva, con i fiori bianchi che fluttuando nell’acqua vanno su e giù. Mi distolgo e vado a salutare qualcuno dei presenti, quando torno a guardare i cilindri, i fiori non ci sono più, è rimasta l’acqua ma senza i fiori. Viene subito chiamata una persona esperta in materia: arriva un giovane magro e dinoccolato, cappellino sopra i capelli lunghi. Con sguardo distaccato e veloce, senza perdere troppo tempo, dice che è naturale, a una certa ora i fiori se ne vanno, ma poi tornano. Sono rassicurato, ma comunque dispiaciuto per la mancanza dei fiori.

Le cure sono un tutto; le abitudini, la normalità, i piaceri, tutto accantonato e rimandato: di nuovo le cure sono urgenza e necessità, e ne sono il primo responsabile, l’unico tenuto alla guida, a dare la direzione e portare l’inevitabile carico. Pronto alla prova, e al posto giusto …

Il riposo tra una terapia e l’altra è una tavola imbandita, all’aria aperta, un ambiente familiare ed accogliente. Il candore e la bellezza galleggiano nell’acqua pulita: il tutto è visibile e godibile, ma al tempo giusto: c’è un tempo per ammirare e un tempo di attesa, in alternanza. La continuità è presenza e assenza, non è prevista una condizione unica; i fiori sono da gustare quando ci sono e da attendere quando scompaiono. Le terapie che invadono e occupano, hanno delle pause, brevi ma intense, cariche di luce e bianchezza: non si può che fermarsi ed ammirare, ed attendere che di nuovo si rendano presenti.

Sempre durante una passata esperienza teatrale, lavoravamo traendo spunto da Moby Dick di Melville. L’improvvisazione aveva come oggetto la “bianchezza”, della balena, della luce, dell’ampiezza del mare … abbaglio, attrazione, ammirazione … ricordo movimenti larghi, ampi, lenti e voci lunghe e distese. Si stava bene nella bianchezza, avvolgente, protettiva e rassicurante. I compagni di lavoro intorno più accettabili, perché accomunati nella immersione e nella visione.

L’ospedale: come Dori nel ventre della balena

Arriva il momento dei preannunciati ricoveri in ospedale, dove le chemioterapie saranno più intense e ravvicinate e dove occorre garantire un continuo monitoraggio delle mie condizioni e una attenta protezione. Sono molto in ansia e preoccupato, per le terapie certo e per la permanenza in ospedale: il mio vissuto al riguardo, seppure lontano, è piuttosto pesante.

Una grossa nave ingaggia una battaglia con una piccola nave. Sono a bordo della piccola nave. La piccola nave con una manovra ardita ed astuta, riesce a cannoneggiare la grossa nave, cogliendo la sua parte debole. La grossa nave affonda. La piccola nave ha vinto. Siamo sbarcati sulla terraferma, dove i superstiti della grossa nave danno la caccia agli uomini della piccola nave. Lancio l’allarme, occorre trovare una strategia di difesa.

Sono in montagna, Ossola, sopra Crodo, un posto mai visto ma molto bello, ci si arriva in macchina con una strada sterrata. Un sentiero quasi in piano, conduce tra monti e laghi: cammino contento e pensando che ci devo tornare con mia moglie, è un posto che può piacere anche a lei, ed è anche relativamente vicino a casa. Intanto continuo a camminare, quando mi trovo davanti al Centro Vismara, dove si allenano gli allievi del Milan. Qualcuno mi conferma che è proprio quel Centro. Non l’avevo mai visto e non sapevo che fosse lì. Vedo bambini che giocano, entro a bere qualcosa, è proprio un bel posto. Sono contento di essere in giro per i monti.

Io e un amico vogliamo partecipare ad un concorso: si tratta di segnalare film, romanzi, video, CD, dove, dopo un fatto traumatico, un incidente, un problema grave, i protagonisti riescono a porsi su un altro piano, vivendo un’altra dimensione sia dal punto di vista delle relazioni che diventano nuove e improntate diversamente, sia in generale come comportamento. Mi viene in mente un film che ho visto, dove avviene ciò che viene richiesto, con i protagonisti che vivono in una dimensione bella ed evoluta. Mi metto alla ricerca su Internet e trovo facilmente titolo e film. L’amico si occupa di compilare la modulistica e inviare la nostra partecipazione al concorso. Siamo sicuri di vincere.

La guerra continua, per mare e per terra. Le risorse a disposizione sono di piccola portata, ma quello che conta è l’astuzia e soprattutto la strategia. Con un programma preciso e l’apertura a trovare soluzioni, le difficoltà si affrontano con successo. Ciò che è superato ed inutile va lasciato da parte, non c’è tempo da perdere con retaggi del passato. Sguardo attento, aperto e nuovo.

I monti sono l’aspettativa da tenere cara, che sostiene anima e corpo durante i difficili giorni dei ricoveri: l’idea della sintonia, della bellezza, dell’apertura si pone come obiettivo che porta energie positive da trattenere. Oltre la pesantezza, sarà come vivere in un’altra dimensione, evoluta ed improntata alla novità.

Tra color che son sospesi

I ricoveri si sono per il momento conclusi, e con loro la prima fase delle cure. E’ un tempo di riposo, che prelude al decisivo ricovero per l’effettuazione del trapianto delle cellule staminali: l’obiettivo è recuperare forze fisiche ed energie mentali per affrontare la difficile prova. Le chemioterapie che mi aspettano saranno somministrate ad alte dosi, quindi decisamente più pesanti rispetto alle precedenti, mentre particolare cura sarà data alla protezione dall’assunzione di cariche batteriche, dal punto di vista dell’alimentazione e dell’ambiente: solo cibi cotti in pentola a pressione e isolamento in camera singola con regole ferree per gli accessi. Mi prefiguro in particolare questa condizione forzatamente “eremitica”, unita ai previsti disagi per le chemioterapie. Un insieme già complicato solo immaginandolo, che sarà inevitabilmente da affrontare e vivere realmente.

Sono in tram a Milano, ho con me pacchi e pacchetti, oltre al solito zainetto. E’ ora di scendere, sono in Via Vincenzo Monti angolo Largo V Alpini. Una volta sul marciapiede, apro uno dei pacchetti, dentro ci sono i miei nuovi occhiali, li provo, ci vedo molto bene. La montatura è molto colorata, allegra, giovane, originale per uno come me e della mia età. Sono molto contento.

Un funambolo o trapezista o altro personaggio, rimane sospeso nel vuoto aggrappato con le mani ad una struttura o impalcatura che lo permette: non può resistere per molto! Sotto di lui alcuni altri personaggi si danno da fare per recuperare materassi da sistemare sotto il funambolo e permettergli di lasciarsi cadere; trovano i materassi che vengono legati tra loro e ad una fune che scende dall’alto: questo per permettere lo spostamento dei materassi in blocco e fare in modo che siano esattamente sotto il personaggio in caduta. Tutto è ormai pronto, io assisto alla preparazione facendo il tifo per la riuscita del salvataggio e mi sistemo all’altezza del personaggio sospeso, al suo lato. Quando vedo che il salvataggio può funzionare dico al personaggio di lasciarsi andare. Così è: si lascia cadere trovando sotto di sé i materassi spostati per accoglierlo.

E’ necessaria una altra visione delle cose, con lenti nuove, portate con allegria e colore, provate in un luogo dell’infanzia da rivisitare scendendo dal viaggio, ma per andare avanti, perché lo sguardo è cambiato. Il mondo vecchio, superato, quasi ormai grottesco, però ancora emette sussulti di pericolosità. Un mondo che ancora uccide chi si lascia raggiungere e sedurre …

Si rimane sospesi nel vuoto, nell’attesa di un salto pericoloso; aggrappati a certezze e sicurezze labili, poco rassicuranti. Bisogna abbandonarsi, fidarsi: per questo c’è chi pensa ad una protezione, un contenimento, che viene approntato in tempo. E’ ora di lasciarsi andare, ma niente paura, sotto è morbido.

L’eremo di plastica

Sono ricoverato per effettuare il trapianto delle cellule staminali. La camera è claustrofobica, anche se un’ampia finestra, non apribile ovviamente, mi fa vedere uno scorcio di panorama di Milano: entra luce ed è gradevole. C’è una doppia porta di ingresso: la prima dal corridoio immette in una anticamera, una sorta di guardaroba dove chi entra si cambia, indossando calzari, grembiule, mascherina, cuffia, e la seconda che immette in camera. Chiuse, se non per il passaggio dei visitatori, che sono soltanto il personale medico, infermieristico, assistenziale e mia moglie o mia sorella, in alternativa. Modello eremitico, come previsto. Ma l’aspetto più difficile da sopportare è una tenda di plastica che avvolge il letto e permette un accesso al bagno. Si può uscire, scostandola, ma l’effetto è davvero pesante. Mi sento racchiuso, in un bozzolo … a voler pensare bene, l’insieme è contenitivo e protettivo, sono difeso come meglio si potrebbe, ma ci vuole uno sforzo per pensare bene. Le terapie iniziano subito, dosi alte, sono a dura prova, nel fisico e nella mente.

Sono in ospedale a Novara con qualcuno. In un corridoio vedo una persona abbandonata su un lettino, senza che nessuno se ne occupi. Lo faccio io cercando, spostandolo, di trovare per lui la giusta sistemazione ; passo diversi ambulatori e medici, senza successo. Mi dico che sarebbe il caso di segnalare la situazione ad un assistente sociale del mio servizio. Cerco un telefono per chiamare, lo trovo e chiamo: risposta interlocutoria … “vediamo” … Ritorno dall’ammalato ma non lo trovo là dove l’avevo lasciato, lo cerco e chiedo ma niente. Mi dico che forse qualcuno finalmente se ne sa occupando. E insieme a chi è con me, lascio l’ospedale.

Il trapianto è ormai prossimo. L’ambiente ospedaliero mi riempie del tutto, il rischio è di essere abbandonato, ma non è così: ma chi si occupa di me deve essere qualcuno competente, gli altri arretrano, temporeggiano.

Discesa e risalita: c’è del nuovo

Il trapianto è avvenuto: una trasfusione, eseguita con accortezza e rispetto dei tempi necessari. Ma conta il senso che lo accompagna: mi hanno pulito e svuotato completamente, sono indifeso quindi. E mi hanno ridato cellule nuove, sane, da svezzare e fare crescere. Una parte di me è inedita, la accolgo con cura.

Sono al mare, su una spiaggia, Di fronte a me tre persone, tutti maschi: una persona anziana, una giovane e un bambino di qualche mese; si capisce guardandoli che sono una famiglia. Ad un tratto l’anziano si tuffa in mare, non per fare il bagno ma per cercare o porre rimedio a qualcosa. Lo osservo dalla spiaggia, dopo poco non lo vedo riemergere, anzi vedo il suo cappellino bianco sul fondo, immobile. E’ successo qualcosa. Faccio capire la situazione al giovane, il quale lascia il bambino e si tuffa a sua volta in mare. Cerca di fare qualcosa ma non riemerge, intanto mi rendo conto che il bambino è solo, me ne devo occupare: sulle prime non lo trovo, lo cerco, è vicino al mare ma sempre sulla spiaggia, anche lui ha un cappellino bianco. Lo prendo in braccio e lo coccolo. Finalmente vedo ricomparire il giovane, sott’acqua nuota velocemente verso una riva alla sinistra della nostra spiaggia. Lo raggiungo con il bambino in braccio. Il giovane mi dice che non ha potuto fare nulla per salvare l’anziano e che ha evidenziato il luogo dell’accaduto con una croce sulla superficie del mare : guardo e in effetti compare sulle onde una grossa croce scura.

Il vecchio se ne va, lascia, dopo un’ultima impresa … Il giovane se ne fa una ragione, il passato è memoria tracciata, il presente è da vivere … il bambino è il futuro, da proteggere ed accudire.

Il ritorno: suonare il cambiamento

Il trapianto è riuscito, il linfoma è in remissione, le pesanti cure sono terminate, sono tornato a casa, stanco e provato, ma sono a casa. il programma prevede una serie di controlli prima ravvicinati e poi col tempo più diradati.

Sto andando a vedere e conoscere una struttura che potrebbe accogliermi dato che ormai ho bisogno di un ricovero prolungato, tipo casa di riposo. La struttura identificata è in Val Formazza. Il paesaggio è quello, le montagne sono della Formazza, la strada diventa uno sterrato e finalmente arriviamo alla struttura. Tipo rifugio o chalet alpino, la gestione è di una Società svizzera. Entro, ricorda davvero uno chalet, legno alle pareti, ambiente caldo, vado in sala da pranzo, tavoli in legno con panche e sedie imbottite; trovo un ospite, anziano, gli chiedo come si sta, risponde molto bene, molta pace e tranquillità. Gli chiedo quanto si paga, risponde tremila euro al mese. Lo chalet mi piace, ci faccio un pensiero, ma tremila euro…è un problema … come posso fare!?

Sono tornato in orchestra, è una sera d prove. Sono seduto sul fondo, la mia consueta postazione, ma ho un violoncello; la cosa non mi preoccupa, piuttosto devo trovare la giusta posizione da seduto, su una sedia o sul solito sgabello. Cerco di sistemarmi, intanto mi guardo in giro e ritrovo gli orchestrali. Qualcuno mi dice che alla prova, per la prima volta, c’é un’amica ! Chiedo come mai, mi rispondono che sta imparando uno strumento e ha chiesto di venire in orchestra perché il progetto le interessa. Sono stupito ma contento della iniziativa; la cerco con lo sguardo, la trovo, sorridente, contenta e partecipe, sta salutando e aspettando indicazioni su dove mettersi. Non riesco a salutarla, ma lo farò. Intanto il direttore dice prima di iniziare, che sono tornato e tutti mi fanno un gran bel saluto.

Il vissuto ospedaliero è tuttora presente e pervasivo, ma ci metto del mio: paesaggio alpino, conosciuto e frequentato, ambiente gradevole e familiare. Ma arrivare alla naturalità del quotidiano ha ancora un prezzo.

Ritornare alla normalità è rientrare in orchestra, seduto davanti ad uno strumento e pronto a suonare. Se poi in orchestra c’è l’amica, quell’amica, non può esserci nulla di meglio: è davvero una cosa ben fatta. Il direttore sta per dare l’attacco e sarà subito musica!

Ho inteso raccontare questa mia storia, dando spazio e risalto ai sogni che l’hanno accompagnata. La vita reale e la vita inconscia si sono affiancate e alimentate e appare evidente come l’inconscio mi abbia sostenuto nell’affrontare la difficile prova, offrendo una prospettiva aperta e positiva. Non ho fornito una interpretazione dei sogni, trovando questa la sua sede naturale nel percorso di analisi intrapreso ed ancora in corso. Ma ho offerto alcune immagini che i sogni mi hanno evocato, per caricarli di valore. Posso dire che il flusso ininterrotto e reso consapevole dei sogni, mi ha aiutato a cogliere ed afferrare ciò che nel profondo avvertivo: una guerra con una soluzione favorevole, ostacoli con ritorno a ciò che è familiare, una possibilità evolutiva, insomma. E ciò mi ha permesso di affrontare la malattia consapevole di una certa forza ed energia, che finalmente mi sono riconosciuto.

Giulio Pegorari

3 pensieri su “La compagnia dei sogni”

  1. “…La vita reale e la vita inconscia si sono affiancate e alimentate…”.
    Molto bella ed interessante questa testimonianza. Quello che mi colpisce e colgo in modo particolare è proprio il rendersi conto dell’affiancarsi e dell’alimentarsi reciproco della vita inconscia e di quella “reale”. E’ quello che avviene costantemente nelle sedute di analisi con i miei pazienti.

  2. Dovrei esserci abituata, eppure sono sempre piacevolmente sorpresa dal modo “efficiente” in cui il simbolismo dell’inconscio accompagna i nostri percorsi. L’articolo rende perfettamente la sinergia. Gaber cantava: “un uomo solo è sempre in buona compagnia”. Forse anche lui sottintendeva – alla sua maniera – la compagnia dei sogni!
    P.S. Mi piace molto il piglio vivace di questo testo, privo di inutili vittimismi.

  3. Su quella nave , in quella battaglia , sospeso nel vuoto io c’ero. Perché ero nel letto vicino al tuo. Stessa diagnosi. Stesse paure. Stesso percorso. In quei giorni ho apprezzato la tua compagnia , ora mi emoziona il tuo racconto.

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