Dedicato a un Maestro

È passato quasi un anno dalla malattia che condusse Antonino Messina oltre la vita; a Natale scorso era ancora vitale e tra l’altro ricordo che mi affidò in terapia la figlia di un paziente che con lui aveva lavorato a lungo ed intensamente. Ancora un atto di amore per il nostro lavoro, oltre che di fiducia verso di me.

Sono stati frequenti i momenti di quest’anno in cui mi è venuto da pensare che sarebbe stato bello e utile confrontarsi con lui su tanti argomenti, provando la nostalgia che si avverte nelle perdite, pur nella percezione consolatoria comunque di una lunga vita che si è dispiegata con sapienza.

 Vorrei offrire alcuni spunti tratti dalla nostra relazione, poiché penso possa essere utile a chi si approssima al nostro lavoro avere qualche modello di riferimento, certamente per trarre poi delle conclusioni che non potranno che essere del tutto personali. Vorrei essere leggera come una pennellata di acquerello, anche se questa memoria è complessa, perché ha attraversato trent’anni della nostra vita ed anche tanti eventi traumatici; non so dunque se ne sarò capace, ci tento.

Il primo elemento che mi sovviene è la fiducia nell’altro insieme alla capacità maieutica di identificare talenti, incoraggiare la progettualità, anche quando fosse innovativa o trasgressiva.

 Negli anni ’90 bussai alla porta di Antonino, dopo il primo lavoro di analisi personale, compiuto con un altro analista di Milano, A. Peregalli. Erano gli anni della creazione dell’ Ordine degli Psicologi, ed io che avevo acquisito la mia prima espressione professionale nell’area delle Risorse Umane, mi chiedevo se approfondire l’interesse clinico che l’analisi junghiana aveva stimolato. In fondo ero ancora una sconosciuta per Antonino, ma ricordo il senso di incoraggiamento ed avvallo che sentii, che mi rinforzò a mettere energie e coraggio nel percorrere la strada dell’approfondimento clinico verso l’interiorizzazione di una competenza terapeutica che ancora non possedevo compiutamente. Ad un certo punto dello svolgimento di questo processo egli intuì che nelle mie caratteristiche personali c’erano tratti coerenti con il profilo di psicoterapeuta per l’età evolutiva. Si mise in gioco in prima persona per facilitarmi, favorendo l’invio di figli di suoi pazienti: non furono pochi tra l’altro i pasticci che combinai in quel tempi, perché non avevo ancora acquisito i metodi più consolidati e maturi che sarebbero poi emersi dalla specializzazione in Sand play therapy ( lavorare con bambini e ragazzini è in realtà molto complesso).

 Un ulteriore incoraggiamento, in una fase più matura del mio sviluppo, vent’anni fa, fu quando iniziai la collaborazione con uno Studio medico di provincia; Antonino spese una mezza giornata per venire di persona a salutarci e ad avvallare il nostro progetto di attivare una funzione integrata clinico medica e psicologica. Accanto a questa condivisione sulla progettualità, c’era poi una sua propensione per l’innovatività se non addirittura per la trasgressività ( sperimentata ad esempio in alcuni situazioni semplici, tra cui la guida in particolare. Ricordo di essere stata in auto con lui e averlo visto fare più infrazioni nell’intervallo di tempo di una sola mezz’ora!). Ciò mi fece sentire che sarebbe stato capace di incoraggiarmi anche dove fossi stata propensa a scelte ed incontri non canonici od ortodossi, ciò che per la mia natura – sempre oppositiva alle leadership direttive- era una linfa dolce e preziosa come il miele.

 Di nuovo sulla condivisione e riservatezza: due categorie apparentemente lontane. Mi tornano in mente gli anni centrali e drammatici della nostra conoscenza, in cui si susseguirono – in un quinquennio – la malattia e morte del mio compagno, per un tumore aggressivo che fece il suo corso in due anni; e l’uccisione di L.B., giovane psichiatra ed analista, ad opera di un ex collega e paziente. La prima vicenda mi riguardò in prima persona, ovviamente; ora non posso ricordarla senza immaginare lo struggimento che anche il terapeuta prova quando un paziente giovane impatta un vissuto di malattia predominante, in un tempo di vita prematuro rispetto al consueto darsi di tali eventi. Così il CEPEI, per volere di Antonino, accolse l’esperienza di Francesco a confronto con la malattia estrema del corpo, creando un cerchio di persone che si incontrarono più volte dialogando i temi della vita, della morte, della speranza, dell’accompagnamento, della relazione medico/paziente. Egli mise a disposizione uno spazio, che poi la brillantezza dello stesso Francesco, uomo di grandi risorse mentali ed umane, riuscì a valorizzare nonostante il dramma in cui era coinvolto … ottenendone in cambio se non un alleggerimento, almeno una possibilità che la sua esperienza non fosse persa, ma narrata ed ascoltata. Tipico di Antonino in questi gruppi era la scelta o l’istinto, non so, di porsi come contenitore, anziché produrre una posizione specifica, un contenuto. Le mie lacrime, che poche volte mostravo per orgoglio o riservatezza, ebbero modo di profondersi, li; e ricordo che fu proprio L.B. che commentò positivamente l’uscita di questo dolore che si consentiva di fare capolino, in modo peraltro contenuto.

Ma quando non molto dopo, in un giorno caldo che già sapeva di vacanza e di mare, Lorenzo fu colpito a morte sulla strada del lavoro, la fatica umana fu troppa: Lorenzo era ricco di potenzialità, era un figlio maschio brillante, che avrebbe portato avanti, con creatività innovativa, la visione junghiana che ci accomunava. Antonino non riuscì a trovare in quel frangente la strada della condivisione, se non in alcune telefonate affaticate, dal mare dove si trovava, la prima delle quali mi colse stranita sul motorino con cui tornavo a casa in quella sera da incubo, peggiorata dal caldo anomalo di quell’estate. Sentì il bisogno della riservatezza come di un grande scudo protettivo, distante geograficamente ma con il cuore segnato come tutti noi dalla stessa terribile ferita.

 Messina era in sintesi un maestro la cui peculiarità era la centratura sull’Altro e dunque sull’ascolto. È questo un assunto del nostro lavoro di terapeuti la cui forza – controcorrente, eversiva mi viene da dire-, occorre percepire in pieno, nonostante le sfide che le fragilità delle persone, insieme alle loro dipendenze, possono frapporre. Un interessante dibattito attuale tra gli specialisti di Sand play riguarda il modo di fotografare le immagini che vengono create nel percorso: le prime immagini che noi facciamo del vassoio di Sabbia non possono che essere colte dalla prospettiva del paziente-costruttore, altrimenti ci sovrapponiamo all’Altro, proprio nel momento in cui cerchiamo la relazione con lei/lui, in modo paradossale. Non si pensi però che questa modalità cosi essenzialmente relazionale possa essere basata su una limitatezza contenutistica; anzi, per essere efficace deve appoggiare su una sapienza costantemente aggiornata. Una delle esperienze che si sono ripetute infinite volte nello studio di Antonino era che, in risposta alle mie curiosità su temi di psicologia analitica, era tipico che lui si alzasse dalla poltrona e andando sicuro verso gli onnipresenti scaffali, mi consegnasse due o tre libri dicendo: “Prova a leggere questi!”. Quando avesse trovato il tempo per quest’aggiornamento profondo ed interiorizzato non lo so!

Paola Manzoni

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