Questa estate una paziente mi ha parlato (e inconsciamente suggerito) un libro che l’aveva colpita e commossa intensamente. Sono sempre incuriosita dalle letture dei pazienti e anche questa volta sono andata a cercare questo libro e mi sono messa a leggerlo.
Già il titolo suscita non poche sensazioni (tigre triste??!!); l’autrice, a me sconosciuta, sembra presentarsi già in copertina (uno sguardo penetrante al pelo dell’acqua, anche un po’ inquietante).
E così, appositamente ignara del tema trattato, inizio a leggere e, sin dalla prima pagina, intuisco che non sarà semplice: parla di carnefice e vittima, di abuso sessuale taciuto, verso una bimba di 7 anni.
È l’autrice stessa, Neige Sinno, originaria delle Hautes Alpes (ora residente in Messico), la vittima bambina. E il suo patrigno è il carnefice.
L’abuso è stato reiterato per anni (fino ai 14), denunciato dopo parecchio, punito con anni di prigione. Al di là della cronaca (singolare come ogni fatto simile), quello che colpisce di questo libro-testimonianza è la ricerca, nel racconto dei propri vissuti, dello sguardo altrui: del carnefice, delle persone coinvolte (la famiglia), della collettività (persone vicine e conoscenti, avvocati, giudici). La ricerca di una verità.
Una verità soggettiva (fatta di contraddizioni, sentimenti, percezioni scisse, perversioni) di ogni protagonista, ma narrata con la crudezza e definitiva certezza che chi è stato vittima di abusi sessuali come il suo rimane “legato” indissolubilmente al passato e allo stupratore, a ciò che è stato.
“Un abuso sessuale su un bambino non è una dura prova, un incidente della vita, è un’umiliazione profonda e sistematica che distrugge le fondamenta stesse dell’essere. Quando si è vittime una volta, si è vittime sempre. E soprattutto si è vittime per sempre. Anche quando se ne viene fuori, in realtà̀ non se ne viene fuori.” (pg.167)
“Perché le conseguenze di uno stupro vanno ben al di là dell’ambito circoscritto della sessualità, minano tutto dalla capacità di respirare fino a quella di rivolgersi alle persone, ma anche di mangiare, lavarsi, guardare immagini, disegnare, parlare o tacere, di percepire la propria esistenza come una realtà, di ricordare, di imparare, pensare, abitare il proprio corpo e la propria vita, sentirsi capaci di, semplicemente, essere”. (pg.137)
Considerazioni ineluttabili, che lasciano poco scampo all’evolutività del proprio esserci nel presente e nel futuro, perchè sembra che quei gesti crudeli e pervasivi della violenza irrompano nell’esistenza della persona abusata, che poi cresce, guarda alla vita, vive la relazione con l’altro, si costruisce le rappresentazioni della realtà, della propria immagine, esattamente con la stessa malvagia modalità. Tutto ciò crea una frattura dell’identità, della continuità della memoria, alterando significati, informazioni delle esperienze.
“Il mio mondo interiore si è forgiato nella consapevolezza di sapermi estranea al mondo, mondo a cui non potevo rivelare chi ero realmente. Quel segreto, e il fatto di sapere che gli sopravvivevo, erano la mia forza.” (pg.148)
È proprio quel segreto, che dentro si porta il silenzio, il nascondimento, a diventare un abuso reiterato, con tutti i relativi sentimenti di colpa e di vergogna, non elaborabili e poco modulabili. Colpa nel sentire che l’evento traumatico, negato dall’aggressore, è amplificato e assunto dalla vittima. Vergogna di sentirsi impotenti, inadeguati e fallimentari nel difendersi.
E modalità scisse si inscrivono nel corpo stesso, che inizia a “imprigionarsi” in un corsetto rigido, a causa dei seri problemi posturali e ortopedici di cui soffre; e si rivelano anche nell’alta soglia di sopportazione del dolore:
“Ho un’alta soglia del dolore. Posso astrarmi dal mio corpo, dalla mia mente dalle mie emozioni se lo decido […] A volte finisco dentro un pozzo, un buco nero talmente profondo da non vederne il fondo. Mi ci vuole tempo per uscirne” (pg. 147)
“Ho un’elevatissima capacità di dissociazione” (pg.146)
“Quella che non è riuscita a reggere è andata dove doveva andarsene, l’altra, quella che ha voluto rimanere, sono io. Ma la scissione non è così semplice e ci ricordiamo costantemente una dell’altra. Perché la mia parte maledetta non è andata poi così lontano…” (pg. 137).
Lo stato di coscienza si altera, diventa quasi un effetto analgesico che allontana la sofferenza; si sfugge al dolore (anche fisico) e si isolano tutte quelle esperienze orribili, indicibili, che “strappano” dalla realtà.
Solo nel momento in cui il processo subito nel corpo diventa parola, Neige decide di denunciare il tormento patito alla polizia, per evitare il rischio che il suo torturatore faccia del male anche alla sorella minore o altri familiari. E parla alla madre, che si è sempre dichiarata ignara, considerando il marito solo un bugiardo. Lo denuncerà a sua volta, ma impiegando un anno prima di lasciarlo definitivamente.
Al processo l’uomo ammette i comportamenti protratti per anni, ma rivendicandoli come espressioni di amore verso la figlioccia (e rabbia per non essere ricambiato). Condannato, sconterà la pena in Corsica, dove un istituto di detenzione è destinato solo ad autori di crimini sessuali (un regista nel 2017 realizzò un film-documentario intitolato “La Libertè” su questa prigione, dove i detenuti “child monsters” non ricevono cure rieducative per prendere consapevolezza, ma la punizione sembra già essere la gravità del reato e la pesante vergogna). Il patrigno di Neige, infatti, una volta rimesso in libertà si risposerà e avrà altri figli.
Altro aspetto interessante del libro è il percorso narrativo che l’autrice fa portandoci diversi esempi di altre scrittrici, come Virgina Woolf, Annie Ernaux e tanti altri (tra cui Nabokov con la sua “Lolita”) che hanno affrontato il tema dell’abuso; in particolare, ricorda Margaux Fragoso (alla cui opera narrativa Sinno si ispira per il titolo) che nel suo romanzo” Tigre, Tigre” racconta la sua storia di vittima di pedofilia, a sua volta ispirata per il titolo dalla poesia “The Tyger” di William Blake: è il componimento con cui il poeta apre una raccolta di poesie che trattano esperienze di potere e sottomissione, senza che trovino risposta di senso, tra predatore (tigre) e vittima (agnello).
Nell’ambito di questo tema, Sinno evidenzia come la predazione sessuale non sia tanto legata al piacere fisico ma alla relazione di dominio, di potere:
“Il predatore sceglie questo tipo di aggressione perché è un modo di dominare e di assoggettare l’altro che oltrepassa le altre forme possibili di abuso […] La dominazione sessuale è una forma di sottomissione che intacca le fondamenta stesse dell’essere (pg. 136)
Altro aspetto di analisi profonda che l’autrice ci porta a riflettere è quello della dinamica della parte ombra di noi stessi che diventa svelamento reciproco:
[…] mi ha fatto vedere il suo lato ombra, e il mio, e quello di tutta l’umanità; perciò, quando incrocio dei dannati posso guardarli negli occhi come miei simili (pg. 149)
così come quello in cui una forma grammaticale passiva può riuscire a restituire una soggettività della vittima:
[…] la forma sono stata stuprata pone l’accento sull’azione subita più che sul responsabile di tale azione […] in questa frase il soggetto sono io. Lo stupratore scompare addirittura dall’enunciato. Stiamo parlando di situazioni in cui si viene agiti da forze esterne […] anche il mio patrigno si sentiva oggetto di forze più grandi di lui… (pp. 150-151).
E qui c’è una possibilità di “Imparare a rimanere sul ciglio di quel mondo, ecco la sfida, camminare come funamboli sul filo dei nostri destini. Inciampare ma, ancora una volta, non cadere. Non cadere. Non cadere”. (pg. 227)
Neige Sinno bambina diventa giovane donna poi donna e madre e si sviluppa uno sguardo rinnovato che forse non oltrepassa il trauma, ma “L’importante non è ciò che hanno fatto di noi, ma quel che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi”. (pag. 165). Questo libro dà testimonianza, con la sua intensa lucidità, alla possibilità per l’essere umano di scegliere di mettere i confini a una sofferenza insopportabile, incomprensibile; per far sì che il trauma non sia costantemente dentro le nostre relazioni, affinché si dia l’occasione che l’altro possa riconoscerci e vederci diversamente da quell’immagine traumatizzata. Per permettersi, aggiungerei, di procedere oltre questa lacerazione di senso e creare qualcosa di nuovo per se stessi.
Mimma Cutrale